CONVEGNI INTERNAZIONALI

 

Convegno: L'umaniesimo latino nell'identità culturale romena

Suceava (Romania) 20-23 luglio 2005

 

L'associazione Poesia Attiva è stata invitata in Romania per la prima parte di uno scambio culturale che coinvolge le due nazioni e che si compirà con l'ospitalità dei Romeni a Torino, nel prossimo ottobre.

 

Il programma prevede:

 

20 luglio 2005 – Il ricevimento ufficiale dai capi della Regione e della Città (Prefettura e Comune) e la visita della città.

21 luglio 2005 – Serata literare – incontro con scrittori dalla Italia, Ucraina e Bucovina;

22 luglio 2005 – Il Convegno Internazionale Culturale con i partecipanti di Torino, Cernauti, Suceava e rappresentanti delle minoranze nazionali;

23 luglio 2005 – Visita ai monasteri di Bucovina.

 

L'umanesimo latino nell'identità culturale romena

 

È storicamente evidente che la nascita e la costruzione della civiltà occidentale presenta aspetti di confronto e fusione fra culture diverse. I Rumeni non ebbero una storia famosa, come quella dei paesi occidentali, ma bisogna ammettere che lo sviluppo della cultura e della civiltà europea è avvenuto anche grazie alle battute d'arresto che hanno subìto i tentativi di invasione del continente.

Questa barriera fu eretta in un’area geografica e politica balcanica che si è sempre trovata in un permanente stato di squilibrio politico. Proprio nel medioevo, la costituzione su basi etniche e nazionali delle prime formazioni statali romeni fu un fattore ordinatore e di chiarimento.

Le vicissitudini storiche e le possibilità di sviluppo, soprattutto quelle generate dall’assenza della libertà, non permisero al popolo romeno di creare e imporre grandi idee; tuttavia il popolo rumeno fu sempre un sostenitore delle idee che formarono l’ossatura della spiritualità europea, quale popolo cristianizzato anche nei tempi daco-romani, quale erede di una civiltà, quella di Roma, il cui ricordo si perpetuò e rimase per sempre nelle tradizioni e nella lingua. Un’isola di latinità circondata da culture diverse, dove lo stesso effetto “crogiolo” ebbe un suo contributo nel definirne l’identità, sostanzialmente di origine latina. L’origine latina del romeno e la somiglianza con l’italiano furono oggetto di studio anche da parte di vari umanisti italiani, a partire da Poggio Bracciolini e Flavio Biondo, fino a Giulio Pomponio Leto e Antonio Bonfini. Essi furono i primi a far conoscere, nell’Europa Occidentale, la latinità del rumeno. In terra romena le idee dell’Umanesimo si imposero molto più tardi, ma con alcuni caratteri distintivi tra i quali l’idea centrale, e particolarmente feconda, della discendenza latina dei Rumeni.

Quindi, la romanità della nazione, idea non nuova per la nostra società, diventò oggetto di studio e di ricerca erudita, offrì la possibilità di meditazione sul suo presente e destino storico, sulla lingua quale strumento capace di esprimere idee e sentimenti. Da qui la coscienza e l’impegno degli umanisti romeni – cronisti, principi - per lo sviluppo culturale sotto il segno dell’Umanesimo Latino; da qui i frequenti riferimenti a Roma, alle opere dei classici. Si tratta di un Umanesimo tardo, connesso, come una delle sue ultime forme, a quello italiano e non solo, ma con dei propri rappresentanti promotori di alti valori nell’ambito europeo.

La valorizzazione del latino fu un fenomeno obiettivo, simile a quanto avvenuto in tutti i paesi europei e tutto accadde e fu accelerato grazie all’atteggiamento cosciente dei letterati i quali, mentre riscoprirono la loro origine romana, si sforzarono di dimostrare la latinità della lingua romena e di imporla quale lingua di cultura. La coscienza dell’appartenenza al mondo occidentale della nazione romena grazie alla latinità della sua lingua, alle origini e tradizioni, fu determinante, come determinante fu l’attività svolta, a questo fine, dagli intellettuali formatisi all’alto spirito della cultura occidentale, soprattutto quella italiana e francese. L’élite aveva superato le soglie dell’Europa, accettando così di far parte della comunità delle nazioni. La via dello sviluppo della Romania fu così aperta fino alla seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra, la nazione romena subì altre trasformazioni e, solo dopo il 1989, riprese la sua strada verso quell’Europa di cui fece, fa e farà parte.

 

La delegazione italiana all'apertura dei lavori del convegno

 

Incontro della delegazione italiana (sul lato destro) con il Presidente della Provincia di Suceava, il secondo da sinistra

 

"una parte del pubblico della serata letteraria di giovedi 21 luglio all'Università Stefan Cel Mare di Suceava"

 

"il tavolo della serata letteraria; da sinistra: gli scrittori Antonio Melillo e Claudio Sciaraffa, la prof.ssa Otilia Borcia, il Presidente di Poesia Attiva Bruno Labate, il prof. Marcello Croce, i poeti di Suceava Costantin Severin e Carmen Steiciuc, la prof.ssa Gina Puica"

 

"da sinistra: il Presidente della RO.AS.IT, deputato Mircea Grosaru, il rappresentante del Dipartimento per le Relazioni Internazionali del Governo Romeno Hapenciuc Vladimir e il deputato Adrian Miroslav Merka (minoranza ceca e slovacca)"

 

UN UMANESIMO CHE CONTINUA

di Alberto Fumi

 

Pur nelle difficoltà derivate dalla posizione geografica, quindi storica per le influenze occidentali, non v'è dubbio alcuno sulla latinità della Romania, sin dalla sua antica formazione. La colonia romana Dacia, conquistata da Traiano, ha rappresentato nel corso dei secoli, l'ultimo baluardo della civiltà occidentale verso un Oriente lontano anni luce per tradizioni, costumi, storia, ad un modo di pensare legato all'evoluzione storica, anche se contraddittoria, di questo popolo. L'umanesimo latino, quindi, ha stentato ad emergere di fronte al confronto e alla fusione di culture diverse per la costruzione della civiltà occidentale.

I vari tentativi di invasione in un'area geografica di profondo squilibrio politico, hanno frenato, con la mancanza di libertà, la creazione e l'imposizione di grandi idee che sono alla base dell'ossatura della spiritualità europea. I rumeni, però, hanno sostenuto un modo di pensare e di essere, legato alla civiltà originaria (quella di Roma) rimasta sempre nelle tradizioni proprie e nella lingua. La Romania, ha sofferto di un isolamento geopolitico tanto da essere considerata "un'isola latina in una mare slavo". L'umanesimo è cresciuto con alcuni caratteri distintivi attorno all'idea centrale della discendenza latina dei rumeni.

La coscienza di appartenere al mondo occidentale, ha poi trovato ostacoli nelle vicende succedutesi dopo la seconda guerra mondiale che, con la spartizione, dopo il congresso di Yalta, consegnava la Romania all'orbita russa, e alla comparsa sulla scena di Ceausescu. Dal Novanta, con la svolta epocale del crollo del mondo sovietico, per la Romania si è aperta un'altra grande fase storica: il tornare, pur se a fatica, verso quell'Europa della quale aveva già fatto parte in passato e della quale rappresenterà la "porta ad Oriente" del grande Vecchio Continente.

Da parte mia, è stato certamente più facile scoprire un Paese in grande fermento, "latino al massimo" da considerarlo addirittura "italiano" nella lingua e anche nel carattere, dal momento che la mia presenza in Romania, a Timisoara, è iniziata nel 2001. La grande volontà di crescita dei rumeni, mi ha stimolato ad entrare negli ingranaggi culturali. Così ho iniziato a collaborare con l'Università De Vest, Facoltà di Lettere prima, e Scienze Politiche poi, portando il mio contributo professionale fatto di esperienze "occidentali" per sviluppare quella latinità, fatta anche di creatività e intuito, forte sostegno all'approdo nell'Unione Europea del 1° gennaio 2007.

Nel fermento di informazione che ha contraddistinto il dopo Ceausescu, dove con i nuovi modelli democratici si è avviata nell'attività giornalistica una libertà di espressione in fase di costante crescita, si è passati da una presenza sporadica di media, voce ufficiale del regime, a una crescita esponenziale dei giornali che attualmente hanno raggiunto il centinaio di testate e una presenza, sul mercato, di un numero simile di canali televisivi e radiofonici. In questo contesto, si inserisce il progetto GIE (Giornalismo Italiano ed Europeo) che l'Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani intende organizzare in Romania con la collaborazione dell'Università De Vest di Timisoara. Il progetto, ha come primo obiettivo quello di contribuire allo sviluppo dell'informazione e della comunicazione, settore che nella vita sociale, culturale ed economica della Romania, deve costituire una delle condizioni essenziali per sostenere il processo di democratizzazione che porterà questo Paese ad entrare nell'Unione Europea.

Un altro obiettivo del progetto, è la crescita della professionalità degli aspiranti giornalisti rumeni, con l'organizzazione di un Master di Giornalismo a più ampio respiro europeo che consenta di approfondire le diverse tematiche ad esso collegate nell'ottica della futura adesione della Romania alla Unione Europea. Il Master si inserisce all'interno di un Accordo di Cooperazione sottoscritto fra l'Università De Vest e l'Ordine Nazionale dei Giornalisti che ha portato a realizzare diversi cicli di lezioni da me tenute e coordinate con il Primo Corso di Fotogiornalismo Italiano-Europeo, giornalismo economico-finanziario, giornalismo di guerra. Ora, il proposito è quello di attuare un'esperienza formativa di più ampio spessore culturale e professionale che vorrebbe durare un anno. Ho raccontato questa esperienza, perché ritengo che, con naturalezza, si è espresso ancora una volta l'umanesimo latino che permea e rafforza le nostre due culture che si scoprono sempre più vicine e simili nelle loro espressioni. C'è una volontà di collaborazione intellettuale che rinnova le origini comuni di Italia e Romania.

 

 

NEO-UMANESIMO E DIALOGO INTERCULTURALE

Suceava, Università Stefan Cel Mare, 21-24 Luglio 2005

Relazione dell'attività svolta.

 

Da lunedì 18 a sabato 23 luglio 2005, la nostra Associazione è stata invitata a Suceava, città nel nord della Romania, per la prima parte di uno scambio culturale che si concluderà ad ottobre qui a Torino.

La nostra delegazione era composta da: dott. Bruno Labate, Presidente dell'Associazione, prof. Marcello Croce, docente di storia e filosofia, Antonio Melillo e Claudio Sciaraffa, scrittori e collaboratori dell'Associazione. Il prof. Alberto Fumi, per motivi di lavoro, non è potuto essere presente ma la sua relazione è stata presentata al convegno.

Il convegno è stato organizzato dall'Associazione RO.AS.IT. (associazione degli italiani in Romania), presieduta dal Deputato Mircea Grosaru, in collaborazione con il Dipartimento per le Relazioni Internazionali del Governo Romeno, la U.U.R. (Unione degli ucraini in Romania), l'Università Stefan Cel Mare di Suceava e l'Associazione Culturale Estetica. Lunedì 18 la prof. Otilia Doroteea Borcia, professoressa di Lingua Italiana, Civiltà Italiana e Storia della Letteratura Italiana all'Università Dimitrie Cantemir di Bucarest, ci ha guidati in una breve visita alla città, conclusasi con la visita al Museo del Villaggio, fondato nel 1936 da Dimitrie Gusti e che costituisce uno dei maggiori musei di folklore del mondo, con le ricostruzioni autentiche degli abitanti delle diverse regioni della Romania nei secoli scorsi.

Martedì 19 siamo stati accolti dal Sindaco di Suceava Ion Lungu e abbiamo visitato l'Università Stefan Cel Mare e la Cittadella Vecchia del Principe. Mercoledì 20 abbiamo incontrato il Prefetto e il Vice Prefetto di Suceava, Orest Onofrei e Stefan Alexandru Baisanu. Giovedì 21 siamo stati ricevuti dal Presidente della Provincia di Suceava Gavril Mirza, e abbiamo visitato, sotto la guida del suo Preside Dan Popescu, uno dei più prestigiosi istituti scolastici della regione, il liceo Stefan Cel Mare.

In serata, a partire dalle ore 18, siamo entrati nel vivo del convegno con una serata letteraria, tenutasi in un'aula dell'Università. Erano presenti i seguenti scrittori italiani e romeni: George Licurici, Bruno Labate, Antonio Melillo, Claudio Sciaraffa, Marcello Croce, Angela Furtuna, Carmen Veronica Steiciuc, Constantin Severin, Elena Brandusa Steiciuc, Gina Puica, Sabina Finaru, L.D. Clement, Constantin Hrehor, Otilia Dor, Mircea Motrici. La prof. Otilia Borcia ha curato la traduzione di alcuni nostri testi che sono stati recitati in entrambe le lingue. È stata interpretata anche una poesia di Emilio Gay.

Alla presentazione delle opere letterarie sono seguite due brevi mostre, una delle opere pittoriche dall'artista Constantin Severin e una delle vignette umoristiche di George Licurici. La serata si è conclusa con un dibattito vivace animato dagli artisti e dal pubblico presente. Venerdì 22 si è svolto il convegno dal titolo "Neo-umanesimo e dialogo interculturale" nella sala conferenze dell'Università Stefan Cel Mare di Suceava. Buona la presenza di pubblico che ha visto, tra i partecipanti, un gruppo di studenti ucraini in vacanza studio in Romania. Massiccia la presenza dei relatori giunti dalle varie università della Romania, dall'Italia e dall'Ucraina. Alleghiamo i nomi dei partecipanti con le rispettive cariche e relazioni presentate.

Da segnalare, inoltre, la presenza di Hapenciuc Vladimir, rappresentante del Dipartimento per le Relazioni Internazionali del Governo Romeno, e di ben cinque Deputati del Parlamento Romeno, rappresentanti delle seguenti minoranze:

 Minoranza Italiana - Deputato Mircea Grosaru;

Minoranza Ceca e Slovacca - Deputato Adrian Miroslav Merka;

Minoranza Russa - Deputato Miron Ignat;

Minoranza Tartaro Turco Musulmana - Deputato Amet Aledin;

Minornaza Polacca - Deputato Longher Ghervazen.

 

Sabato 23 abbiamo visitato il museo di sculture di Irimescu e tre splendidi monasteri: Veronet (risalente al 1488), Moldovita (risalente al 1532) e Sucevita (risalente al 1581). In serata tutti i partecipanti al convegno si sono ritrovati all'Hotel Classic per un brindisi di arrivederci.

 

 

L’UMANESIMO LATINO IN ROMANIA

di Marcello Croce

 

Mi piace iniziare questo intervento con un riferimento personale. Amo e prediligo la Romania (pur non avendola mai conosciuta direttamente prima d’ora) fin dalla mia infanzia, perché mio padre me ne aveva sempre parlato. Egli trascorse la sua infanzia in Romania, nella cerchia famigliare del generalissimo Averescu, futuro Capo di governo, il quale soggiornò a Torino negli anni della Scuola di perfezionamento militare e sposò un’italiana, anzi una torinese. Mio padre lasciò per sempre la Romania prima della Prima guerra mondiale, quando dovette compiere la scelta della sua carriera militare. Ma ricordava la Romania come la sua seconda patria e ricordava il generale e sua moglie come un padre e una madre.

Non sfuggirà a nessuno di noi, innanzitutto, una considerazione essenziale. I processi di unificazione ed emancipazione nazionale degli Italiani e dei Romeni si compiono press’a poco nello stesso periodo di tempo. L’Italia prima del 1861 non sta in Europa come uno Stato bensì è un agglomerato di piccoli Stati disegnato dal Congresso di Vienna del 1814-15.

Di questo agglomerato si contendono la “protezione” alcune potenze europee, l’Austria, la Francia e l’Inghilterra. In quanto alla Romania, la sua indipendenza nazionale data dall’unificazione dei principati di Valacchia e di Moldavia nello stesso 1861 che ebbe il pieno riconoscimento nel Congresso di Berlino del 1878. Perché questo richiamo? Per ricordare che sia l’Italia che la Romania rappresentano in Europa una realtà politica molto recente, ma entrambe hanno potuto ritrovare il significato della loro esistenza nel riferimento a una storia millenaria, la cui radice è una radice unica: la romanità.

A me sembra giusto evocare l’umanesimo in questa prospettiva per un duplice motivo. Innanzitutto per ricordare che il richiamo alla romanità, sia per noi italiani che per la nazione rumena, non costituisce un semplice orpello, frutto di erudizione e di retorica, ma è l’esigenza di riscoprire un’identità originaria che ha un certo valore salvifico. Il secondo motivo è che la riscoperta delle radici latine non è un dato di natura analogo al DNA che interessa ai biologi, ma consiste in un atteggiamento spirituale, cioè nella volontà di riconoscersi in qualcosa a cui si può dare vita solo nell’atto stesso in cui se ne prende coscienza.

Ed è anche vero, che il processo di identificazione con le radici latine ha – come dire? – un salto di qualità decisivo nel momento in cui il conquistatore ottomano, cioè l’Asia, prende Costantinopoli e inizia l’avanzata verso l’Europa. In Italia il Concilio di Firenze nel 1453 segnò a un tempo la difficoltà di sanare lo scisma tra le Chiese d’Oriente e di Roma e l’incontro tra la cultura bizantina e quella latina, incontro che rese possibile il vero e proprio “Umanesimo” come concetto unico e distinto nella storia della cultura. Ma nella stessa epoca in Romania l’invasione dei turchi, oltre che l’espansione degli ungheresi, determinò quelle lotte dei principi di Valacchia e di Moldavia, da cui era destinata a emergere la coscienza di un’identità originaria dei romeni, proprio quando nell’Italia “umanista” Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II, e Poggio Bracciolini scoprivano la latinità della lingua romena.

E’ nelle circostanze più difficili che il richiamo alle proprie radici significa compiere un’azione decisiva per la propria vita. I popoli possono venire sommersi oppure riemergere ma la loro sopravvivenza dipende non da circostanze fortuite ma dal richiamo alla loro origine. Il grande filosofo napoletano Gianbattista Vico, vissuto nel 1600, sosteneva che il verum e il factum coincidono tra loro, nel senso che sapere (verum) significa stare all’origine, comprendere l’origine; ma questo può farlo solo chi crea (factum). Non è certo un caso che il papa Innocenzo III, all’inizio del 1200, si rivolgesse in una sua lettera a Kalojan zar dei Bulgari e dei Valacchi con una espressione come “Populus terrae tuae, qui de Romanorum sanguine se asserit discendesse”! Ora, un popolo è una realtà, la cui origine è sempre un’eredità delle generazioni. Tuttavia tale realtà esiste solo in quanto scelta e voluta, o se si preferisce in quanto si torna incessantemente ad essa. Proprio la lingua è il tratto distintivo dell’identità di un popolo e dunque anche dell’identità del popolo romeno.

E’ un fatto che nella Transilvania divenuta austriaca alla fine del 600 l’unione, che fu definita Biserica unită, di una minoranza di ortodossi con la Chiesa latina sviluppasse una potente consapevolezza della loro origine latina, e questa diventasse subito una affermazione orgogliosa della propria identità. Ne derivò la “scuola latinista transilvana” con quell’interesse filologico e storico che dette un fondamento ideale alla rinascita nazionale romena. Successivamente la riconquista della latinità originaria della lingua fu l’opera dei monaci Samui Micu, Gheorghe Zincai e Petru Maior, che appartenevano non a caso all’epoca, propria dell’età pre-romantica e romantica, della riscoperta delle nazioni europee. Ma non voglio qui fare citazioni già ben note a tutti quanti, se non per proseguire nel motivo con cui ho iniziato, cioè del parallelismo dei nostri due processi di formazione nazionale. Tale contemporaneità ha un valore particolare, perché sia l’antica Italia che l’antica Dacia sono il riferimento ideale di un’origine comune, e questa origine dà all’Italia moderna e alla Romania moderna la possibilità di costituirsi come nazioni nel corso del XIX secolo. Anche in Italia, infatti, la coscienza dell’italianità si salda strettamente con quella della romanità per tutto il corso del nostro Risorgimento.

Mi riferisco in particolare all’insegnamento filosofico e politico di Vincenzo Gioberti e di Giuseppe Mazzini. Quando si cerca di ritrovare una ragione per affermare l’identità italiana la si cerca soprattutto nell’idea di Roma, sia per affermare la continuità tra la Roma dei Cesari e quella dei Papi, sia per sostenere una nuova, terza Roma destinata a portare un messaggio di universalità come le prime due. E cos’altro è la lingua italiana se non la latina, che si è trasformata nel tempo? Era facile per i poeti e gli scrittori italiani dell’Ottocento ispirarsi, per esempio, al richiamo di Dante a Roma. La storia del Novecento con le due guerre mondiali ha poi intrecciato la storia di queste due nazioni in circostanze per tanti versi analoghe e analogamente drammatiche. Italia e Romania hanno combattuto allo stesso fianco due guerre mondiali. Non è nemmeno un caso che dopo la Seconda guerra mondiale, sia pure per opposte ragioni, in entrambe il riferimento alla romanità originaria sia venuto crollando. La Romania ha subito l’oppressione di un’ideologia alienante, ma anche l’Italia, condotta da paradigmi molto diversi, ha dimenticato gradualmente l’idea-forza della civiltà romana.

Il papa Giovanni Paolo II, recentemente scomparso, inviò ai vescovi italiani all’inizio degli anni Novanta una lettera destinata “all’Italia”. Il contenuto di quella lettera sosteneva che l’Italia – come realtà spirituale e culturale, cioè storica – è molto più antica del suo processo di unificazione nazionale e statuale, concluso appena nel decennio 1861-1870. Ciò voleva dire che la vita profonda di un popolo non va confusa con un certo momento storico, per quanto provvidenziale. Credo che questo insegnamento sia valido anche per la nobile nazione romena e la sua identità latina, che non coincide certo solo con le diverse forme assunte nel corso dell’Otto-novecento. Ma soprattutto significa che ciò che è antico, in un certo senso è per sempre. Tuttavia torno al motivo di cui dicevo prima.

Ciò che è profondo – la radice di un popolo – può venire sommerso e può riemergere. Si lotta per questo. Fenomeni come l’umanesimo e il rinascimento italiani non si ripetono, né in Italia né altrove. Non c’è dubbio che il fatto che l’Italia abbia potuto preservare la sua origine latina è legato all’eredità romana della Chiesa cattolica, che senza soluzione di continuità ha continuato ad alimentare la lingua e la cultura latina, anche se oggi non è più così. Se non sbaglio, nel XX secolo il movimento suscitato dalla rivista Gîndirea costituisce in Romania un ritorno all’area d’influenza bizantina e al sostrato etnico daco-trace, come scrisse Nichifor Crainic: “Sulla terra che il Seminatore ci ha insegnato ad amare, noi vediamo arcuarsi la volta azzurra della Chiesa ortodossa”, e come anche intitolò Lucian Blaga il suo articolo programmatico “La rivolta del fondo nostro non latino” e d’altra parte l’appassionata affermazione della nazionalità rumena di Nae Jonescu, Jorga, Cuza, e ancora Crainic e Blaga si tinge di misticismo orientale e di romanticismo spirituale. Questo vuol dire che la Romania per preservare la sua identità spirituale ha dovuto combattere una battaglia molto più difficile, collocata com’è come un’isola nel mezzo di nazioni slave, ungheresi e asiatiche. Inoltre l’eredità del cristianesimo ortodosso in Valacchia, Moldavia e Transilvania rappresenta pure un retaggio romano, quello della metà orientale dell’Impero che unificando il Mediterraneo mantenne viva la civiltà greca: ma è un fatto che poi il mondo bizantino, dall’invasione dei Turchi, si sia identificato soprattutto nell’universo slavo e questo ha influenzato nel medioevo la lingua liturgica e la scrittura fino alle riforme del XVIII secolo. D’altra parte Nicolae Iorga ha potuto sostenere che la frontiera rumena del Nistro era la frontiera della latinità. Inoltre è significativo che la creazione dell’Accademia platonica fiorentina sia stata ispirata a Cosimo de’ Medici dal dotto bizantino Gemisto Pletone, profugo da Costantinopoli.

E in fin dei conti Venezia bizantina è stata uno dei centri più importanti dell’Umanesimo italiano. Nel XX secolo le vicende della Seconda guerra mondiale hanno strappato la Romania alla sua naturale tendenza verso le civiltà latine, Italia e Francia prima di tutto. L’occupazione sovietica e il regime comunista hanno distrutto un tumultuoso movimento spirituale della nazione, destinato a fare emergere i grandi valori della Tradizione. Il Comunismo, in genere, si era proposto un’inesorabile cancellazione del passato. In modo molto diverso, tuttavia, lo stesso risultato lo raggiunge in Occidente il consumismo. E’ significativo che chi parla in questo momento abbia incontrato la cultura romena attraverso i suoi grandi rappresentanti in esilio, eredi dell’insegnamento di Nicolae Jorga. Ciò ha dato luogo a un pathos che certo segna una fase cruciale, decisiva della civiltà culturale della Romania. Mi riferisco, in senso cronologico, a Vintila Horia e al suo romanzo “Dio è nato in esilio”, che per la prima volta, quando venne tradotto in italiano, mi aprì la visione del profondo e drammatico legame della civiltà romena con la latinità classica. Poi ho conosciuto Mircea Eliade, Emile Cioran, Costantin Noica.

Vi è però un punto sul quale vorrei brevemente insistere. La storia della Romania passa attraverso un cammino che deve tener conto della sua particolare posizione geografica in Europa. Questo naturalmente spiega il ruolo avuto dalla tradizione bizantina, sia nel cristianesimo ortodosso sia nella minoranza greco-latina. Si tratta naturalmente di una grande e nobile tradizione cristiana, che tuttavia differenzia la tradizione rumena da quella della penisola italiana, in cui come dicevo Roma prosegue la latinità direi in maniera naturale, poiché nella Chiesa cattolica la continuità tra latinità classica e cristianesimo non si è mai interrotta, anzi ha alimentato continuamente tutti i secoli. Invece la Romania ha dovuto conquistare la consapevolezza della sua latinità prima di tutto, se non sbaglio, come un valore civile. Tale valore non si contrappone a quello religioso, rappresentato principalmente dalla tradizione greca-bizantina.

E’ un fatto che le due tradizioni si distinguano a partire dal comune ceppo dell’origine romana. L’attuale papato di Benedetto XVI sembra impegnato a comporre il dissidio millenario fra le due Chiese. Il senso di un Convegno dedicato all’”umanesimo latino” richiama indubbiamente il momento in cui in Italia, nel corso dei secoli XIV e XV la civiltà antica di Roma venne “riscoperta” attraverso il senso della discontinuità storica, del tramonto e della rinascita di un mondo grande ed esemplare che da allora viene riguardato nella sua “autonomia”. Propriamente l’Umanesimo del XV secolo recupera attraverso la filologia un mondo classico che il Medioevo considerava ancora in un certo senso contemporaneo, mentre a partire da tale momento l’antichità si storicizza.

Per fare anche solo un esempio, Dante considera l’Aquila romana come il simbolo imperiale che da Cesare ed Augusto perviene agli imperatori tedeschi del suo tempo, e questo è stato possibile proprio grazie al senso di continuità sovratemporale ispirato dalla Chiesa di Roma. Ma se il rapporto della civiltà romena con la latinità e la sua pedagogia umanistica ha innanzitutto un valore civile, mi pare allora che si debba riconoscere che qui non si tratti soltanto di un riferimento all’Umanesimo storico del Quattrocento italiano, ma più ancora a quel perenne umanesimo che è il portato della continuità di Roma nello spirito europeo – nell’arte e nella letteratura, nel diritto, nella filosofia - tanto più forte e perentorio, in quanto esso corrisponde a un sofferto bisogno di identità, di riconoscere le proprie radici in un travagliato contesto geo-politico e culturale.

E qui vorrei affrontare il punto che mi sta più a cuore. C’è un “umanesimo”, dicevo, che la sapienza di Roma antica rende perenne nello spirito europeo, che intride lo spirito europeo. Questa è la vera e propria contemporaneità di Roma alle nostre civiltà moderne. Ma si tratta di un mondo sommerso, difficile da riportare in vita. Questo è l’insegnamento migliore che proviene anche dall’Umanesimo italiano del XV secolo – il quale non ha “riscoperto” i classici, ma li ha vissuti con un’intensità prima d’allora sconosciuta, come traendoli fuori da un oblio, da un sonno. La traduzione latina di Platone, di Plotino e di Ermete Trismegisto, voluta da Cosimo de’ Medici e da Pico della Mirandola, e affidata a Marsilio Ficino, non significò propriamente una “scoperta”, ma l’assunzione di un compito spirituale.

Essa nacque da un nuovo tipo di consapevolezza, in cui la filologia non è soltanto un metodo che oggi si direbbe “scientifico”, ma è un atteggiamento spirituale: un atteggiamento problematico, critico, che pone l’uomo davanti al suo perenne compito di costruire. E voglio qui ricordare che il richiamo alla tradizione di Roma in Italia ha sempre significato contemporaneamente il sogno di una rinascita civile e morale. Si accompagna al sentimento di una decadenza e progetta una “rinascita”. C’è stato nei secoli in Italia, a partire per esempio da Dante, un richiamo insistente e appassionato a Roma nel segno di una “riforma” politica sotto il segno dell’universale. Roma è l’universale che dalla filosofia greca si traduce nella realtà comunitaria e nei suoi valori civili. Questo universale consiste in una visione capace di legare tra loro gli uomini nella pace. Così definisce Dante la missione dell’Impero romano sulla terra.

E l’humanitas di cui qui si parla è anche sempre una pedagogia: l’ideale della piena cittadinanza umana, il riconoscimento pieno e reciproco di ciò che è più umano, la realizzazione della persona – contro le pretese di omologazione proprie dell’ideologia del Comunismo e di quella della globalizzazione. Contro le visioni totalitarie dell’economia e del profitto che strumentalizzano l’uomo. In altre parole, l’umanesimo perenne di Roma è un richiamo “salvifico”, non una conservazione archeologica. Esso costituisce un perenne ritorno dall’esilio, perché Roma è la patria ideale dell’uomo. Non è un caso che i nostri Risorgimenti nazionali siano avvenuti in nome della missione universale di Roma: questo significa che non si tratta solo di riconoscere qualcosa di implicitamente “nostro” per distinguerci da altri – per esempio, gli italiani e i romeni sono popoli di ceppo latino, nonostante le invasioni subite nel corso dei secoli. Si tratta di ben di più, se non addirittura di altro. Si tratta di affermare l’universalità dell’uomo nella sua concretezza storica e questo è possibile, oggi, in Europa solo nel richiamo alla civiltà romana, alla sua capacità di offrire un riconoscimento unitario alle differenze umane.

Non è un caso che l’umanesimo romano – anzi latino, se si vuole indicare una differenza importante rispetto a quell’Asia che rappresenta comunque un termine opposto dello spirito – sia divenuto cristiano e sia stato definito naturaliter cristiano. Il papa Giovanni Paolo II ha instancabilmente insegnato che il Cristianesimo è la pienezza della realizzazione dell’uomo, facendolo coincidere con quella dottrina dell’uomo che è l’eredità umanistica più specifica, che parte nel II e I secolo avanti Cristo dai circoli degli Scipioni a Roma e successivamente dall’età ciceroniana. Non confondiamo l’umanesimo vero, cioè spirituale, con le tendenze irreligiose del laicismo che dell’umanesimo rappresentano la degenerazione e la caricatura. La rappresentazione dell’uomo di Michelangelo è stata ispirata dall’umanesimo religioso del Savonarola, cui furono legati Giovanni Pico della Mirandola e il suo nipote Gian Francesco.

La Romania che è recentemente uscita da un lungo periodo di estraniazione imposta dai vincitori della Seconda guerra mondiale può ispirarsi a questa universalità che fa già parte della sua nobile radice romana, del suo privilegio di discendere dai conquistatori della Dacia, che parlavano latino. Il riferimento all’umanesimo latino è dunque un vero e proprio “rinascimento” che può segnare un cambiamento importante nel grigio mondo del “mondialismo” contemporaneo, che come il Comunismo pensa un uomo senz’anima. Esso non consiste solo in una intensificazione degli studi, in una ripresa dell’insegnamento del latino nelle scuole, nella creazione di nuovi ed efficienti musei destinati a valorizzare i reperti archeologici – no, ma può aversi soltanto in una “riforma” dell’uomo e dei suoi valori civili.

E’ un messaggio per l’Europa intera e in un certo senso per tutto il mondo. Il messaggio che deriva dall’umanesimo latino è quello della nobiltà dell’uomo, del pensare in grande la misura umana. Si tratta di concepire l’uomo integrale, l’uomo totale, aperto all’Assoluto che costituisce il suo orizzonte - di fronte all’uomo dimezzato del nostro tempo. Per questo l’umanesimo richiama la destinazione divina dell’uomo sulla terra, come scrive Cicerone nel Somnium Scipionis. Questo credo sia il compito che spetta oggi a una nazione latina, sia la Romania sia l’Italia, nel progettare un più forte richiamo alla consapevolezza di essere “romani”. Se il fervore degli studi è fine a se stesso, è destinato a restare poco più di un privilegio riservato a pochi appassionati.

Solo se nasce da una passione politica e pedagogica, da una “riforma civile” fondata sulla capacità di pensare l’universale in ogni particolare e in ogni diverso, questo richiamo può diventare davvero “salvifico” – salvifico senza consistere in una fuga dal mondo, in una chiusura nel “privato”. E questo deve legare tra di loro le nazioni latine in un vasto progetto comune. Ho la sensazione che il compito che spetta alla Romania oggi sia duplice, quello di riaffermare la propria identità antica e perenne, e quello di affrontare i problemi dell’unificazione europea. Non si deve pensare, come ho già detto, che i popoli che sono usciti dal Comunismo abbiano problemi molto differenti da quelli che sono stati fuori della Cortina di ferro. L’Italia conosce un oblio di se stessa di opposta origine. Aggiungo ancora una cosa. L’Italia può trarre da questo sforzo – eroico, quasi tragico – della Romania di restare fedele alla sua origine un insegnamento.

Ciò che agli italiani è dato quasi come un’immediatezza, ai rumeni appartiene invece attraverso una lunga storia di lotte. Quella della Romania rappresenta una testimonianza privilegiata, unica: la testimonianza della latinità come antidoto spirituale. Quale lezione per un paese come l’Italia, dove fra poco non si studierà quasi più il latino, dove il nome di Roma ritorna solo attraverso l’immaginario hollywoodiano e dove le generazioni guardano soprattutto al way of life americano?

 

MARCELLO CROCE

 

Partecipanti al convegno: Neo-umanismul si dialogul intercultural Suceava 17-24 luglio 2005

 

Prof. Univ. George Lazarescu - Universitatea de Arte Bucaresti

Prof. Marcello Croce - Associazione Poesia Attiva, Torino

Conf. Univ. Otilia Dorotea Borcia - Universitatea Crestina Dimitrie Cantemir, Bucaresti

Lect. Univ. Geta Popescu - Universitatea Spiru Haret, Bucaresti

Ziarist, Prof. Alberto Fumi - Universitatea Timisoara, Presedintele Uniunii Ziaristilor din Europa

Lect. Univ. Claudia Costin - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Prof. Univ. Viorel Guliciuc - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Prof. Univ. Emilia Guliciuc - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Roxana Ema Guliciuc, studenta masterat - Universitatea Babes-Bolyai, Cluj-Napoca

Prof. Univ. Sorin Tudor Maxim - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Cercetator Stiintific Mitktat Ahmet Girlan - Unionea Democratica Turca

Cercetator Stiintific Dan Radulescu - Unionea Democratica Turca

Cercetator Stiintific Leila Karamanli Carciumaru - Unionea Democratica Turca

Prof. Sara Magyary - Uninea  Democratica a Maghiarilor

Prof. Univ. Rusten Seitabla - Universitatea din Brasov

Dr. Harri Kullar - Unione democratica a Evreilor

Prof. Univ. Evseev Ivan - Universitatea din Timisoara

Conf. Univ. Gheorghe Jernovei - Universitatea Iurii Fedkovici Cernauti

Prof. Univ. Mihai Iacobescu - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Prof. Univ. Sanda Maria Ardeleanu Prorector Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Medic Lucia Grigorincu - Unione democratica Armenilor

Prof. Univ. Sabina Finaru - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Cercetator Stiintific Marius Cucu - Universitatea Stefan Cel Mare, Suceava

Cercetator Stiintific Emil Satco - Biblioteca I.G. Sbierea, Suceava.

 

 

 


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