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Risultati
del I° concorso nazionale di poesia Emilio Gay
1. 1°
classificato Giovanni Tuzet
IL RITORNO
In musica
Dove: lungo una spiaggia
bluastra, dell’atlantico severo e gelato
Cosa: è trovato un uomo nudo,
cullato e vuoto di ricordi
Nomi non sa, la vita neanche
non calcola gli inverni, le risposte
non conosce, non capisce il simile
Cosa sa? Una sola, immensa cosa:
suonare. Che cosa? Il piano
e divino ha tutto il canto nelle dita
tutto un senso inesprimibile – vicino
Chi sia, uomo, dio o semidio, non sa e non
sappiamo
Ma neanche a spicchi s’affacciano gli dei
O forse nei boschi d’eucalipto…
Io dimentico
Raccontano che lungo la spiaggia
fu raccolto questo corpo
che ora mi consegnano in fiducia,
che ne faccia il bene avendo cura
Ma non so, chi ne fosse il fanciullo
chi l’acerbo adolescente, chi l’amore e
rapimento
chi l’uomo a sorvegliare.
E chi fossero i miei, io, io dimentico
Ma nulla fu, era e resta incompiuto. Solo,
chiedo si dica e ascolti così: musica,
brividi, melodie sulle scale universali
che nell’ora, ignoto servitore, distendo
senza rime, oltre le rime – senza cori,
oltre i cori,
nell’abbraccio boreale delle note
Il ritorno
Perché non ci tocca il brivido chiaro?
Non è tardi? Perché le note non
s’affacciano
all’alba delle sfere? A spiegare e
carezzare…
Ci lasciano in quota, con un senso
di sterile, ripido piacere. Pure, immenso.
Ricordare le rivoluzioni
non insegna, non importa. Che si plachi
la furia della specie dopo il bagno
incandescente. Così è. Così ci portino
su coste irrinunciabili, ci cullino ancora
dopo i sogni le onde, dove già
fummo un tempo. Presso i boschi
d’eucalipto
dove luci non arrivano crude, ma rade
dove è comunione. Questo speriamo in
silenzio
2. 2°
classificato Danilo Tabacchi
RITORNO
Anch’io ritorno...
Annichilito, svuotato nell’anima,
vittima e seguace di un equivoco di stelle
che fugge e trascina,
ritorno
a riempirmi d’amore.
Ora che i sogni
Mi hanno prosciugato,
ora che il destino sembra chiuso
nell’angolo remoto, ottuso
di una cantina,
ritorno.
Vengo a cercare aiuto se vuoi...
Oggi, lo sai,
le parole sono stracci umidi e dimore
di muffe povere e solitarie
e i nomi ancora sono angeli
dalle ali goffe,
incapaci di fughe e cadute.
Io non so che galleggiare
e non ho che una prigione,
la nostalgia del mio suolo,
perduto, lontano,
oltre le sabbie infinite delle dune.
NON RITORNO
Ho
lasciato le frasche
che
celavano l'alba.
Ero
stanco di amare
la
stella nascente,
nei
segmenti notturni d'oltremare,
tra
funi di stelle.
Non
tornerò
e
valigie di ricordi
strariperanno il mio magico nulla.
Comprerò la bellezza selvaggia
al
mercato verde dei fiori,
una
dolcezza di natura morta
già
marcirà nei vimini leggiadri,
dove
promette
nuovi
acquisti ancora
di
stolte e colorate teorie.
RITORNO A ITACA
Fra le
orse di stelle,
lo
sguardo scrutava
sicure
ispirazioni.
Il
capitano implorava segnali
E
misurava distanze per interpretare.
Ma
nessun astro cadde
E i
desideri
Furono
amori immaginari,
occhi
persi nella polvere di Itaca.
E
nulla si avverò
Fuorché i miraggi.
2° classificato a pari merito Giuseppe
Vetromile
Non c’è più tempo
Non c’è più tempo di predire questa
geometria oscura,
al di là dei segni di cielo, al di là del
triste regredire
di questa luce nello sguardo teso di noi
astanti,
rivolto all’imbrunire. Tutto – vedi? – si
dilegua
e svanisce troppo presto dietro il sole,
nell’ora indelebile dell’ennesimo
tramonto:
e le ombre prendono possesso del cuore
della terra!
Oh, dovrai ancora ripartire, sì, domani,
in un’alba nuova ma priva di promesse!...
Ma tu insisti! Ancora vuoi portarti
addosso
questa pietra di facezie, bagaglio di
chincaglie.
Ancora risali la china del mistero con un
forte
grido d’arrembaggio nella gola, come
il vecchio corsaro della storia
favolosa!...
Ma poi giunto sul limite sensato, di nuovo
precipiti
nel fosso ignoto della sera, rimettendo
tutti i sogni
all’eldorado.
No: non è più tempo di scrutare oltre
l’abisso, oltre
il silenzio dei fantasmi nel moto eterno e
pio della luna
accanto ai tuoi antichi desideri: sarà
un guanciale falso, fatto di piume di
dolore,
a riportarti sullo stretto davanzale del
risveglio.
E sarà la tua casa di qui, l’amore del
pianeta,
a fermarti in bilico sull’onda del creato,
dove infine più non avranno balze da
percorrere
i tuoi stanchi piedi di nuvola e speranza…
Al giro concluso
Tu dunque sortilegio d’amore, incanto e
meraviglia.
Anima del mio corpo intrisa d’echi e di
libagioni,
verrai qui ad Itaca subendo il naufragio
dei miti,
la tua preziosa Penelope sarà pronta di
tessuto
fatto e rifatto mille volte con la
pazienza della
morte. Alle tue calcagna la ricchezza e i
monili,
i tritacarne e l’immondizia di pensieri
corrotti.
O tu, blasfemo navigatore di rotte
alternative,
o tu, nocchiero inguaiato dal salario d’un
venditore di mete surreali, lì, oltre
l’oceano
dei senzadio, spavaldi per mestiere e per
l’uso di rottami di valore scarso:
Verrai qui di sicuro, a capofitto sui
profumi
del banchetto, pronto già per te o
figliuol prodigo,
che hai trascinato vangeli di dolore fino
al porto,
digiuno e senza più interessi: verrai qui
alla vita!
Al giro concluso tornerai con l’alambicco
tra le mani, profusa ogni ricerca tra le
pietre
e gli scogli colmi di sirene ammaliatrici:
di te
resterà traccia nei libri mai scritti di
una storia
familiare, il volto pallido e smorto
atteso
dalla sposa in gran daffare, sul
pianerottolo
spiaggia di casa tua, di ritorno
dall’ufficio.
Tornerà la luna, di certo tornerà
Che segui il passo del sole dopo un morire
di buio: io lo so.
E che hai fretta di partire, in questo
giorno ennesimo
privo di orizzonti e carico di elenchi,
misure e tabulati. Lo so.
Ma ieri non avevi completezze, non avevi
costruzioni!
Ora tu appari, o mia amata voragine di
luce, su questo
disegno a strisce bianche e scure sulle
lenzuola, e dilegui
i fantasmi retro’ e vaporosi in
un’azzurrità che s’allarga fino al cuore,
e tace un poco il mio rassegnato silenzio.
Dio mio! Sei ancora
un nuovo creato: il giorno uno senza
accumulo di tempo, alba
di vaste cianfrusaglie, sei un daccapo di
speranza… Ma
come va illuminandosi la casa, è pronta,
di nuovo si staglia
l’ombra della terra in angoli noti e
pigri, incancellabile. Ed io lo so:
va scomparendo l’ultima ora precipitando
nei vestiboli della sera,
vanificando le promesse del giorno.
Ancora,
la luna è regina del cosmo: se ne va lungo
i misteri
dell’orbita chiusa, inanellando secoli
d’attese… Ma tornerà
domani sopra il vecchio campanile del
quartiere,
di certo tornerà, ne son sicuro.
Sono io che racimolo atomi di tempo
inutilmente, travolto
da una giostra d’anni senza senso e che
mai si ferma… Lo so,
di me non resta che il raggiro d’un giorno
fortunoso, uguale,
indeterminato a rendermi la vita!
3° classificato Maurizio Barracano
1-REDEO
Nel ghiaccio di perla le braccia, squame
di vertigine.
Sulla soglia dei sogni la morte imitata,
anche la tela di ragno si stempera in
vento.
Quante volte bruma e nebbia e caligine,
solo solcata da Luce.
La femmina notte trova il nuovo fulcro
Di tutto torna onnipotente calce nel
ghiaccio di perla.
Poiesis, cantate, quintessenziati
fratelli.
Quante volte pioggia e fiume e lago,
solo solcato da Luce.
Ogni fantasia si ritrae
Al levarsi del Futuro inatteso
ogni convincimento svapora in disperso
nembo.
Quante volte onda e fiamma e sabbia,
solo solcata da Luce.
Fibre intrise dall'Eterno,
incredulo, stupito, entusiasta,
e rinnovato occhio e lingua e cuore
nella Volontà inafferrabile sempiterna.
2-RITORNO
Ricostruire il tempo, forza forte di
Maya-Illusione
nelle più intime fibre esterrefatti.
Rincalzare il veleno che vuole vita di
morte
Theriaca di Grazia
nelle camere segrete onnipotente
Ricercare il
Volto di Dio, Mandilion,
tra ossa rotte, civiltà
squallide di profumi,
tra mondi truffati
all'anima,
manomessi
sogni contati in denaro
alla cassa di laggiù.
I disegni fulminanti, di ignoranza
intrisi,
e i sussulti d'orgoglio rabbioso
frustrato,
e brama e vergogna assieme, pietre
inanimate,
e conati mille, luccichii sfocati,
e fantasmi ringrigiti, miraggi acquosi
d'afa: passano.
Ricercare icone che restituiscano Dio
adesso,
agitato il cuore tra polvere
unta sotto le dita
e
trappole d'innocente morte
e musiche
dolci allo scuro sonno
e corpi
allacciati a rifondare oblio.
Tornare, dove la memoria si ricostruisce
dignitosamente libera.
Tornare al giorno ciclico e irripetibile
spazio divino.
Tornare prima del tempo e d'ogni sexus.
Tornare, nella voce la Luce, nell'occhio
la Parola
Tornare da dove non si è mai partiti, uno
e Cielo.
3-TORNARE
Nostalgia, prolungata apnea
dell'animo silente.
Il suono si fa luce, il tempo spazio.
Anche
se le unghie si sfaldano
se le ossa si deformano
se
i muscoli portano pochi ormai urli di potenza
anche se gli
occhi reggono fioco sole.
Tornare alla vita
Senza orrore per la vistosa sentina.
Bambini, bambini, tornare.
Cercare il Volto sacro,
croce
armena fiorita, Katchgar,
prima che l'appuntamento sfumi
e io crepi
fremendo tempi morti.
Senza attaccamenti
lasciare che i giorni terribili si
saturino,
si riassumano, si coagulino lenti,
Nelle
tasche tra lanugine grigia
si
appallottola un dio a modo mio
un vecchio dio di parole
che aveva
insaccato la mia putredine.
Fuori dal simulacro, golem della Vita.
Tornare, tornare,
dove io e Dio non c'è più: tornare
Inoltre sono stati segnalati i poeti:
ARGIRO’
ARISSONE
BURDET
quasi un sonetto . . .
case del mio villaggio in cui la brina
ha rammendato le fessure del tempo
per noi che vagando senza destino
abbiamo nostalgia dell'ignoto
case del villaggio che l'incendio
ha distrutto del calore più intimo
e riccioli di tempo in cui i fregi
promettono sensazioni sconosciute
tempo della gente d'un tempo
che la gaia campana ha incantato
addormentate sulle soglie dell'eterno
e genti ammucchiate come larve ossee
disperse dalla magia delle notti senza
lune
avete ancora nello spirito desideri
d'amore
e illusioni quaggiù lo spazio d'un
torrente
* * *
l’idea e la speranza
ho ancora tempo
e voglia di scommettere
ma tanto attendere a che vale
se a te non mi congiunge?
ho ancora chicchi di loto neri
polvere d’incenso nella scatola
ma se il vento soffia
a te come li offrirò?
ho voglia di aspettare col disgelo
sul canale i nuoti delle paperelle
me li ricreo nel quadro che allora
io ripulivo ... né li ricordo più
ma queste labbra che mi scottano dentro
ancora hanno la dimensione del tuo
bacio
lo diresti tu? ... tempo è passato
e bianca fiorisce l’idea e la speranza
* * *
disegno dell'incontro e dell'unione
e il segno si fa forma
e racconta la sua storia...
colibrì e farfalle
sulla nebbia del prato
tra cocchi alti su cobalto
dentro muro di pietra
giardino a fiori ed insalata
sul vetro l'alpe e nuvola va
e salgono lenti gli aquiloni
tra fianchi scoscesi e banani
baracche limacciose i bimbi
nero che scorre e taglia
il bianco dentro e fuori
soli silenzi e distacchi
di vento lento su nel cielo
pennellate di sfumato
fischi tra gl'infissi
i fuochi e i fumi acri
mentre la neve immagina
stracci di panni arancioni
e graffi esangui sulla pelle
capelli crespi incontro di labbra
FABRIZIO BUSSO
VII.
Oltre quell’ansa
c’è l’amore che aspetto.
Mi ha lasciata
A sognare sul molo,
sopra l’oro ed il verde
del fiume che sale.
È partito su barche
Un mattino, tra le
Sponde piangenti si è
Fatto portare (oltre l’ansa
Che piega, che curva,
e non torna più indietro).
Tornerà con le vele
D’argento, così come
Ha promesso. Nel cuore
E nel petto lo sento
Arrivare. Se di nero
Alzerà le sue vele,
io di nero per lutto
vestirò il mio aspettare.
Oltre quell’ansa
È l’amore che aspetto.
Mi ha lasciata
sul molo a sperare,
oltre l’oro ed il verde
sul molo, a cantare il
ritorno che sento, nel
cuore e nel petto.
Oltre quell’ansa
C’è l’amore che aspetto.
XIII.
Ricordi? Il cinghiale
Uscì dal folto bosco,
in quella notte che ancora
conosco. Era un cucciolo,
e ti donò un sussulto.
Sebbene abbracciati,
saremmo caduti – piuttosto.
Ancora era estate, e dicesti
Che tutto finiva, di crescermi
In pace un amore diverso. La
vita e il suo corso maldestro
ci aveva riuniti e già
separati. Vorrei che tu sola
calmassi il battere amaro
del petto, ma più non mi
cerchi. Ed io a quel tempo
ritorno, alla notte di timida
lacrima, al cucciolo uscito
dal bosco e ancora mi chiedo
dove fosse sua madre.
Montjovet.
Tra le rovine di un castello
Ci siamo confidati.
Intorno a noi lumache addormentate
Dormivano il sonno inquieto
dei gasteropodi; boschi rispondevano
agli echi dell’inerte terra sotto
cieli di altri ed altri cieli.
Nel sussurro dei ciechi che il silenzio
Amplifica abbiamo sbottonato camicie
Di pietra, lasciato ad altri il compito
Gravoso di ricostruire il passato.
Avremmo bevuto con gli occhi il mondo.
Poi è stato tempo di tornare.
DIONIGI
FEDELI
FRATUS
CRISTINA GALLINA
PADRE E FIGLIO
Altitudini celesti,
inabissate immagini;
fedi sciolte nell’onda del tempo.
Ritagli di occhi, di volti;
cenere di memoria nel vento.
Vortici di pensieri
nei turbinii del passato:
è lì che vivi
padre dal volto severo,
è così che si espande il ricordo
da quel fragile corpo di bimbo.
Tortuoso sentiero di sguardi
è il ritorno nell’amore
di luci ormai spente,
era quel mio dolce cullare il vuoto,
senza trovare mai le parole
di un sogno di dolcezza,
dalle mani di quella tua carezza
ruvida di lavoro e silenzio.
Ti cercai e ti persi nel cuore
e piansi stringendo al petto
le tue debolezze di uomo.
Nei sogni tornava, ogni notte, il tuo
volto
a cucire le piaghe, sanguinanti,
dall’addio.
In quei brividi d’anima, che mi
scuotevano,
ritornava il sentimento
e, per un istante,
mi sembrava, di nuovo,
che fossimo padre e figlio.
TORNERA’ LA VITA
Ritornerà il sole,
in una nuova primavera
e rivivrà l’orizzonte di rondini, ancora;
la terra assorbirà le foglie d’autunno
bagnate di pioggia
e tornerà la vita,
l’estate e l’inverno:
tutto s’animerà e morirà in eterno.
Anche dopo che il tempo
spezzerà il mio bastone,
tornerò nei ricordi,
nei battiti del cuore,
nel filo di memoria
di un sogno d’amore;
tornerò nel brivido
di una carezza silenziosa
che sfiora, nel vento, la tua pelle,
come il riflesso della luna tra le stelle.
Ritornerà il sole,
in una nuova primavera
e rivivrà il sorriso,
nel tuo volto, ancora;
s’uniranno alle lacrime
le foglie d’autunno bagnate di pioggia,
e tornerà la vita,
l’estate e l’inverno:
tutto rivivrà e morirà in eterno.
TU NON TORNERAI
Aspetto, seduta accanto alla finestra,
avvolta dai colori dell’oleandro in fiore.
“Tu tornerai” grida il vento
al sole nascosto dalle nubi.
La tavola è già pronta ad accogliere il
mezzogiorno
e guardo la mia immagine riflessa nei
bicchieri vuoti.
“Tu tornerai”sussurra il fumo
di una sigaretta, che ormai è solo cenere.
Il girasole è quasi sfiorito nei campi
ed un cane abbaia al frastuono di un’auto.
“Tu tornerai” bisbiglia l’albero
ad una foglia che cade.
Un bimbo sorride all’aquilone,
una goccia di vino macchia la tovaglia
dove qualche briciola si confonde tra i
fiori…
…tutto è normale, come se tu tornassi,
ma tu non tornerai.
MODENA
ETTORE MOSCIANO
GIA’LUCE DEL SOLE DISCENDE
Già luce del sole discende e vedo stasera
gemella, la luna, che irrevocabile sale
bilancia del tempo che assorta veleggia
d’intesa
per chi dei mortali e d’amante ha lo
sguardo.
In questo cielo guardiano dell’umano
è Orione, con il suo chiarore tra schiera
di animali rilucenti, e la Vergine e
l’Acquario,
e i due Gemelli, apparentemente immobili
ed eterni.
Questo è il cammino ed il recinto sacro
che dagli antichi testi hanno dato e danno
il senso che figura la creazione e noi
che non troviamo accordo e passi più
adatti
con le riposte verità e massime di luce.
Ora c’è nuova luce di un paradosso ornato
di lieto oscuramento in mille stelle
e darti vuole risposte al mistero, se
l’acquisti.
Non prezzo ti chiede l’incastonato occhio
solo un momento per l’incanto e la fronte
non più chinata sull’affannosa valle, dove
i fumi
salgono al cielo confusi da bruciate
trame.
Solo questo ti chiede: attendi…attendi…
perché tu metta ali dal tumulto e dai
suoni e ti plachi
su un cielo di questi, quando cala la
notte.
Quando cala la notte, più chiare luci di
festa
nell’alto, per gioire in attesa della
figlia che dorme,
l’Aurora.
Si alzerà la sorella del Sole e della
Luna, si alzerà
dal letto dell’Oceano, con benefica luce,
rosea nella braccia e con mantello d’oro
e adornerà cavalli di splendore, per la
festa del sole.
Rinascerà il giorno per lo spirito solerte
e per il navigante che gioca con l’onda e
coi venti
e per l’umano pensiero che non affoga
se tu acconsenti e
guardi.
AL MIO PAESE IMPAVIDA UNA STELLA
Al mio paese impavida una stella mi
richiama
e un cigno silente che agita le acque,
l'una che indica la strada e muove l'ansia
e l'altro che nel ristretto lago scrive
fanciullezza.
Era un verde filare di tigli che mutava
d'ombra
tra lo schiamazzo di noi imberbi nel
creare
giochi di sorta per allegrare le serate.
Erano le fontane frizzanti coi zampilli
alti
e noi tra brecce e aiuole in freschezza
innocente
lenti ai richiami di isolate mamme
che lasciavano l'affanno in questo spazio
quieto.
Ora l'ansia non ha più infantile porto
ed altre fantasie abbracciano la mente
nello scambio che ha ornato il mio passo
d'adulto verso altra cornice.
Ma riemerge voluta fierezza nel mio
sguardo
tra le strade che oggi ripercorro nel
ritorno
se la mano d'un bimbo mi porge la scossa.
DOVE IL MURO SCOPRE DIROCCATO IL VENTRE
Dove il muro scopre diroccato il ventre
è la riconquista di una libertà negata,
l'altra parte
di una città divisa, occlusa da forze
oscure di una dittatura.
E' lì, dietro il cemento caduto e
dell'argilla
la nuova aura che grida la sua luce
ai popoli e agli oppressi, nell'anno '89
del secolo passato.
Oltre la porta di Brandeburgo liberi volti
che hanno subito incessanti paure.
E' lo spazio riaperto l'inno di una
primavera
sottratta all'ambigua minaccia e donata
alla speranza.
E' il passaporto per la terra nuova, non
più ignota
e straniera a se stessa, e a noi che ne
conosciamo il nome di fratelli.
Lo spettro delle insulse divise ha
lasciato impronte
di un male antico, ma nuove sono le voci e
i passi
qui dove il ritorno alla libera scelta
ha dato generosa eco nel mondo alla
scommessa
di democrazia viva, l'obiettivo di un
risanamento
che sulla muraglia non ha più "cocci
aguzzi di bottiglia"
e il presente dei commerci, d'arte e
cultura, rivive
la sua armonia in altro paesaggio, e nuova
storia.
WANDA OTTINA SMO’
Il Vecchio
Riemergono marèe, sofferenze
che s’intrecciano in falde parallele.
Affondi così la palla, la trattieni
dentro l’acqua ma torna sempre a galla
calamitata da una forza superiore.
Anche il dolore, vecchio e cieco
rimonta inesorabile.
Lo spingi verso il fondo ma
riemerge
attratto dal bagliore che non vede.
E luce c’è - la forsythia nei giardini
allunga braccia gialle
e le mimose rubano colore al sole -
C’è armonia e tregua intorno.
Oh, imparare dalla natura saggia,
fare propri pulviscoli di luce,
smarrire per vie infinite la prosopopea,
cancellare colpe e rancori,
e riavvolgere il nastro della vita!
Forse il Vecchio la farebbe finita.
Strada San Martino
Mi dà felicità quella salita,
quel sentiero nei
passi della luna.
E’ tardi, notte
fonda ma perdura
essenza di
magnolia e gelsomino.
Carezze d’aria
scendono dall’alto
e sfiatano a ridosso delle mura.
- tuonano cani al buio delle ville,
la forsythia spande il suo cuore giallo –
Mi dà felicità questa stradina
d’erbe e sassi frammezzati, quel mare
che pulsa dietro il porto, le lampare
che altalenano leggere. Non penso
nulla perché ho imbavagliato il cuore.
Tu m’attendi, compagno d’una vita…
…mi dà felicità questa salita.
LADRA
Effluvio estivo di chiaroscuri:
i tigli sono quelli della mia infanzia.
Vi torno oggi, di fretta, ladra di ricordi
ed emozioni.
Oh il cielo immenso, corrucciato
dove dispiegavo le mie ali di rondine
inquieta
e la collina s’illuminava,
trasfigurava nella corsa delle stagioni!
- Solo le mele a terra strillava il
contadino.
Riempivamo la gonna di fragranti mele
rosse
e via , felici, con il bottino a casa.
Una volta t’abbandonai e tu sull’albero
impaurita, non volevi più scendere.
- Ricordi Giò la vigna, monte Uliveto
- sotto il convento – a Pinerolo
quel nettare degli dei, l’uva moscato che
ci dissetava…
e da lontano, il prete che urlava: - Vi
prendo…
vi prendo!
Ma noi fanciulli sapevamo i sentieri più
impervi,
le zolle più dure, la menta e il timo
selvaggi.
ROSSETTO
Carmen Rossetto
1.
Esperienza
piena di colori.
Il perfetto silenzio
senza pensieri,
in cui non sai chi sei,
ma esisti,
non senti il tuo corpo
e vivi.
Rigeneri le cellule
e l’elisir di lunga vita
é lì.
Nel palmo della tua mano aperta
su cui ferma è una piuma
in una giornata di vento.
Ecco, lì ritorno
per essere la piuma.
2.
L’amore dà il senso
del camminare salendo le scale.
Gradino dopo gradino
salendo e anche scendendo
trovi il sentiero verso la realizzazione
del disegno divino.
Si ritorna sempre al solito ritornello:
l’amore!
Protagonista della vita:
il suo respiro e la sua assenza d’ossigeno.
3.
La casa è un pezzo grande
grandissimo del cuore.
Il profondo essere,
la vera dimora
di cui ho un vago sentore.
Quella da cui son giunta
quando nacqui
e a cui ritornerò.
Quando arriverò oltre il misero
spazio del mio corpo.
PAOLO SANGIOVANNI
MESE MARIANO
E ti ricordi del convento di
Santa Lucia del Monte che si ergeva
come una rocca finnica sul Corso
proprio di fronte alla scaletta,dove
per qualche caramella approntavamo
i più bei cori del Mese Mariano?
Vogliono farne una pinacoteca
multimediale. Uno spericolato
artista-imprenditore intervenuto
sul tardi l’altra sera
in un servizio alla ti vu lustrava
i vecchi teschi pluristropicciati
del cimitero delle Fontanelle
e ne tracciava segni e prospettive.
E mentre l’ascoltavo
io immaginavo l’eco delle nostre
ombre lasciate allora in libertà
rincorrersi fra i quadri e le sculture
della Napoli nuova rinascente.
Se un mattino tornassimo a cercarle
dopo tanto viaggiare noi saremmo
come Diomede e Aiace Telamonio
che tornavano all’alba da una festa
e trovavano il campo saccheggiato
dai mariti troiani dileggiati.
Nulla potremmo per cambiare verso
a un racconto che non ci piace più.
Perché mentre girava il calendario
la lontananza si è fatta passato.
E un treno il tempo non lo afferra più.
CAMPI MINATI
Tornando a casa dal lavoro come
uno dei mille bruchi che si sfanno
nel grigiore caotico e ordinario
della grande città ti ritrovavo
talvolta con la nostalgia confusa
del tempo che si dissipa: Tu eri
la sala fumo,l’angolo ovattato
della trincea lontano dalla mischia.
E mi vedevo in una mia futura
e improbabile fantabiografia
come il fuggiasco che si fa straziare
le carni dalle schegge attraversando
un terreno minato. Poi giungevo
a sera lacerato fino a te
che eri il mio cielo castigato.
Un giorno
temei che il mio cammino si dovesse
prosciugare fra quelle brutte case
ordinate,quei tram,quel rassegnato
spegnersi lentamente:
Ebbi
paura
dell’abituale.E mi imbarcai nel flusso
disordinato della ritirata.
Ma ritornare indietro ci fa offrire
il corpo a nuove schegge. Inutilmente.
Un me senza una te quali lanterne
hanno per riconoscere una strada
che è tutta dentro?
Fuori c’è un
vociare
frastornato che imbambola. Che oscura.
ANDREA SIMEONE
Solitudo solis -
Dietro la curva d'asfalto
una parete d'erba ed arbusti
sulla sinistra,
e due colonne di pietra sulla destra
che una volta costituivano parte del
cancello aperto ai prati,
pavimento di una casa
di cui nulla ora rimane.
Poco oltre, il sole
che a seconda dell'umore
suole farsi notare,
almeno per un saluto,
sul finire della giornata.
Un via vai di biciclette e famiglie in
carrozza,
di pensieri e dialoghi scoppiettanti
caldarroste.
Ad un paio di chilometri il centro abitato
di persone e storie.
I bambini che tali sono
e che oltre tale dimensione andare non è
loro consentito
nè dall'età, nè dall'esperienza;
i ragazzi, che presi dal fervore degli
anni
di tutto assaggiano un po';
i genitori, che nei loro frutti si
rivedono
e che temono che anch'essi possano
incespicare
laddove loro stessi sono incespicati,
e si raccomandano attenzione;
e i vecchi.
Ed uno, che vive lungo lo stradone
fuori dal paese,
cerca se stesso e si domanda
le ragioni del suo sospirare.
Le sue parole sono ricche, astute
e i suoi viaggi da marinaio intrepido
hanno elevato la conoscenza,
tanto che qualcuno sussurrò
è in grado di prevedere le piogge.
Ma ciò non gli è sufficiente.
Continua a riflettere
camminando per i luoghi a lui familiari.
Ritorna indietro
su strade ancora non battute prima del suo
passaggio
chiedendosi il perchè di questa solitudine
reiterata, perdurante, costante
punta nello stomaco ed invisibil tangibile
ossessione dei sogni.
Ritorna indietro a quando anch'egli
fu bambino, ragazzo, marito,
a tutti i suoi sì
che se ne avesse detto qualcuno in meno
sarebbe meno vecchio e meno sospirante,
e a tutti i suoi no
che se ne avesse nascosto qualcuno in meno
dentro alla barba,
chissà...
Quotidianamente, dunque, un po' annoiato
intraprende le sue camminate solitarie
oltre il paese, verso i prati
dove a seconda dell'umore
suole farsi notare
almeno per un saluto
sul finire della giornata.
- Giardini di carillon -
Una panchina di pietra
e petali di rosa,
ciottolato, foglie
sassi e terra bagnata.
Silenzio.
Ritornare a vedere,
a respirare vecchi luoghi,
nascondigli celati da rami
accessibili da scale.
Elevati dal sentimento
sospesi a mezz'aria,
riscoprire la città.
- A21 -
Agosto è un settembre anticipato
e un probabile anticipo della vita
che comincerà a settembre.
Se Dio vorrà, solcheremo i mari,
senza pensieri
diretti in luoghi
che ancora non conosciamo,
ignorando ciò che di predefinito c'è
in una decisione studiata,
così, come del materiale di cui
ogni nostra creatura è figlia.
Alle soglie di ottobre
torneremo ambrati
pronti ad indossare gli abiti
a noi più congeniali.
Torneremo a viaggiare rapidi
da un capo all'altro
di questi 30 km
col desiderio di poterci ancora
assopire,
stretti,
come statue di ferro battuto,
come costole nelle costole,
come vasto e piccoli,delicati
piedi,
nella notte,
nel profumo dei nostri abiti di casa.
Perchè casa è famiglia,
e tu casa.
Torneremo ad incantarci
in situazioni formali
che individualmente ci coinvolgono,
di fronte ad improvvise visioni
dei tuoi capelli stesi
sulla schiena,
delle mie mani onde,
di baci,
dei fiori che si intrecciano.
Torneremo ancora a danzare
nella musica,
senza musica.
LEONARDO VILEI
PARTO
Parto per pensare
ai libri che ho letto.
Parto per scordare
a che ora si deve mangiare
e sentire di nuovo
la fame e la sete.
Parto per ascoltare
il rumore del treno
alternato ai silenzi
del tavolo a cui siedo solo.
Parto per rimanere incinta
e al ritorno partorire.
Parto per poter dire.
RITORNO ALLA VITA
Pochi istanti fa sono risorto
senza che nessun dio
me lo abbia comandato.
Ma non si creda
-so che lo pensate -
che della morte
io serbi ricordo
di viandante di ritorno
da terre inesplorate.
Fuori è ancora inverno
la stagione sbagliata
per un ritorno alla vita
almeno per chi
non ha ancora intuito
che un cocciuto vagito
non ammette ragioni.
DI FRONTE ALL’ALHAMBRA (ritorno al caos)
E’ fatica, il riposo.
Il tremito all’occhio,
ostinato compagno di viaggio,
si placa ma non scompare.
Le foto senza flash.
Veloci all'ingresso.
In fila per favore.
Solo ora il pallore
di un tramonto diafano
che non chiede
di essere ammirato
porta in dono
un istante anonimo:
lo sguardo è revocato.
In alto
le acque cadenzate
tra i giardini meticolosi
della dimora araba
soltanto implorano
di essere lasciate in pace
per offrirsi finalmente
in pasto alle erbacce,
al disordine, al tempo,
e sgorgare da inutili mura
diroccate.
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