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4. Edizione del Concorso
di Poesia "Emilio Gay" sul tema: "L'equinozio"
Alcune immagini della cerimonia di premiazione, svoltasi a Torino, al
Circolo dei lettori di via Bogino, il 7 febbraio 2009.

Il
presidente di Poesia attiva, Bruno Labate, e la presidente di Unocorno,
Maria Abiuso, con ( a destra ) Anna Cuculo.

Rosy Bianchini di Martino ricorda la figura di Emilio Gay
Ancora Rosy Bianchini di Martino e Anna Cuculo, con i ragazzi della
Scuola Media "Carlo Levi" di Grugliasco, "Istituto Comprensivo Martin
Luther King", che hanno partecipato alla cerimonia di premiazione,
presentando proprie elaborazioni poetiche originali.



Altre immagini della serata



I° CLASSIFICATO PARI MERITO
Davide Greco
1. Per loro è passato.
Vorresti la tregua, l’equilibrio,
per assicurarti una perfezione
da scatola chiusa, invece il segreto è il movimento
un trucco, una magia, il balzo al di sotto
del picco assoluto. Hai ragione a non crederlo,
perché ti hanno detto che il caos appare
instabile e l’ordine sembra statico.
Anche se non sei stato speciale, anche se
ti mancava quel dettaglio divino
di bellezza, sei riuscito a intravedere
i compagni straordinari nel tuo percorso.
E adesso che il loro equinozio è passato,
loro che ti hanno insegnato così tanto,
ora non sono altro che ombra, per te
che primavera non sei mai stato,
decidendo di fermarsi là
dove si fermano tutti.
2. E tu continua.
Se l’universo si fosse fermato
all’iniziale splendore, ora non saremmo
che la poltiglia informe del primo sparo.
Sono occorse le tenebre e la separazione
e di nuovo il contatto, una simpatia
di segni per creare l’Invece
che dà spettacolo a tutte le ore. E tu continua
a pettinarti ogni giorno, a profumare
il colletto, liso o nuovo che sia
per sfida o per quello che vuoi. Esci
quasi a festa, come se ci fosse speranza
ma che nessuno si accorga
del ciglio sperso o del labbro piegato
anche se non è da primavera l’equinozio
che stai vestendo, ocra e balorda
epifania di chi si sente pronto
solo per un altro autunno.
3. Equilibrio.
Un’abitudine, certo non di più
chi l’ha creata sa di aver improvvisato, giocando
agli opposti e al tragitto nel mezzo. Un guizzo
è divenuto regola, ma era solo uno scherzo
un arbitrio fra le onde, eppure tutto parla
quel linguaggio, dall’atomo alla galassia
l’amore, la noia, il passeggio
la doccia. E non sono mai state importanti
le estremità, il tutto bianco o il tutto nero,
la perfezione non è cosa che ci compete
ma il percorso è roba nostra. Invece noi due
ci siamo abituati all’equilibrio
su una corda tesa al cielo, abbiamo cancellato
gli sbalzi per apprezzare,
così in alto che sembra facile
il bilico da funambolo
che spacca in due la luce e l’oscurità.
* * * * * *
* *
I° CLASSIFICATO PARI MERITO
Giuseppe Vetromile
Nell’intercapedine degli equinozi
1.
Che l’estate scenda dai pendii della montagna col rigoglio del verde
intenso e rassicurante come una dea opima una grassa
cerere
che mescola amore e grano nel gran crogiuolo della terra
e il mare indichi la piatta eternità a noi erranti in attesa del perdono
:mia cara nell’uso abbondante di stagioni decotte e preconfezionate
io mi sono perso nell’intercapedine degli equinozi nulla
gustando
se non la ciliegia immediata descritta in una follia di giugno
anacronistico
o un diafano frutto del nuovo eden impacchettato e mendace
da non dire in giro della sua insipienza onde rimanere esatti
e allineati a tutto il proclama del pianeta (scritto e decretato
col sangue e coi veleni analfabeti piovuti sui deserti dei
perdenti)
Oh ma io pronuncerò parole alla rovescia e scoprirò Dio negli occhi dei
morenti
invano mi trascineranno nel solco delle rubriche prescritte
mia cara vedrai la stirpe di Tantalo è destinata a liquefarsi
nel suo stesso marasma ambito e a noi basterà lo scoglio d’amore
per aggrapparci per sempre la nostra oscurità
e la nostra voglia di cercare nuovi paradisi in terra di tremori
2.
E noi che siamo mia cara in questo sperduto equinozio d’autunno
(in cui l’uguale giorno combacia col dolore della notte)?
:raucedine per il vibrante silenzio che immancabilmente rimpalla sui
muri?
O un giro di luce sul balcone traslucido O leccornia da
assaggiare
di soppiatto alle sette appena sorte qui in cucina?
Ma non mi va bene l’asola stamattina è disallineata
da tutto il bottone e come vedi inciampo fra i tuoi sorrisi della
domenica
mentre un ghirigoro biondo è rimasto in bilico tra un dente
e l’altro del pettine :io vi scorgo un vuoto che illude
la continuità del nostro reclamizzare asfittico
Mia cara non è questo il giorno nuovo che volevo donarti
se il sole è appena un’apparenza vaga sull’angolo del letto
una perla di luce sulla coda dell’occhio :oh sì
tu ora alzi la caffettiera allegra come per decantare qui
il groviglio dei sogni appena sfatti sul lenzuolo ma nel tuo
sguardo
inizia quel sottile grido d’angoscia che tutto rapprende
nel cavo delle mani bianche di poesia e poi giunge miserrima l’ora
del cammino in termini vacui e prescrivibili tutto
il nostro riassunto stamattina s’è di nuovo aperto
alla pagina uno della rorida rubrica.
3.
Ed ora sono ombra di dubbio nel tempo dell’equinozio sbiadito in questa
casa
mia cara :oh non dirmi niente sento già il bagaglio di
parole pronte
rovesciate addosso a me perdente che non ho più strade né elenchi
perduto come sempre nella tiritera e nel buongiorno virtuale
gravido di sorrisi arabescati ammanniti dalla tivvù sul
mio senso
decaffeinato
Sono ombra di dubbio nel parlottio sinottico della casa mia
cara
:lasciami nella bocca addormentata attanagliata
incantata
il qualsiasi e la smanceria dell’untuoso raccoglitore di comandamenti
in somma laetitia del buon nome ossequioso e ligio
cònsono
da far paura ai più e ai meno alla gente che assomiglia ad una
sola
monotona e uguale voce
(lasciami alfine il rotocalco sul bracciolo del divano consultabile
di sbieco
per non tradire l’excursus giornaliero già intabellato e codificato)
Oh hanno detto di me mia cara cose orribili consultando il mio
registro
quando non potendo più cancellare alcuna di quelle parole inventate dal
mio vento
il mondo è divenuto stantio ed io ho abbandonato tutto
l’organigramma
nelle stanze del cosmo già vuote di lune e di te amore
che te ne vai
lungo le righe esatte del grande repertorio del creato
* * *
* * * * * *
II° CLASSIFICATO
Silvia Comoglio
De die aequinoctii
Il modo esatto di sórgere sugl’occhi
di luce uguale a buio
è música perfetta, tuono - nítido di
mondo -
in cui náscere e morire
è istante denso e nominato, réfolo che
venne
a pianta spaventosa, a sempre che già
scosta
corólle e ómbre e quésta - nuda porta: l’álba
- acuta della foglia - nel cui fuoco
davvero ci fermammo, appesi, come tempo
che si avvera, ad un lontano - úl-timo -
guardarci ―
21 marzo, equinozio di primavera
Dímmi se mi pensi
déntro questa casa, tra pólvere e
scaffale, e ―
“qui, ti piace qui?” notturno come fiore
aperto - nel vénto - a meraviglia:
“qui,
ti piace qui?” nel tempo che germoglia
davanti alla fucina, che órdina le api
nere e già plasmate, i semi
piantati a primavera - nell’angolo del
bosco,
attesi nell’aria sempiterna, piano -
sorridendo -
nel solco della luce, nel cánto
nuovo della terra, nudo, nudo - e
smisurato:
“qui,
ti piace qui?” tra colpe
e píccoli segreti, tra i picchi e -
queste notti!
ritorte nelle stelle, qui - dóve, tesoro,
l’alba,
l’alba che si alza, l’alba qui si chiama
anelare all’acqua che si sgela
in lungo scintillio, nell’impronta, tesoro
di un grande - ál-bero totale ―
Breve canto d’equinozio d’autunno
LA TERRA - vedi? - è effimera di
fiato,
calcolo disciolto nell’álbero spaccato
dal dubbio - della veglia: è nótte,
notte che ritorna, e médita feroce,
incanto scivolato nell’último
singulto
dell’ombra di parola, sul mare
- immóbile e stupendo - nel cui fondo
i denti moriranno, e piano
- piano - geleranno ---
* * *
* * * * * *
III° CLASSIFICATO
Bruno Centomo
Uguale a sé, al contrario uguale
“ […] fuori dalla
conchiglia
viaggio
risalgo, esplodo
indosso il rombo
e la vibrazione della voce […]”
Adonis: “Stagione delle soste”
1.
Lo spartire dei giorni
Ci sono giorni che s’aggrappano a me.
Uguali uno all’altro. Servono a scortare le nuvole,
a custodire il sonno, migrare la familiarità incerta
di tutte le cose, a mezzo tra tenebra e luce.
Tra buio ed ombra, sapere e negare,
volere e non potere, ardire e zittire.
Muovo tutto in ordine: lungo i muri arrossati
della casa dei miei tempi e delle mie parole
camuffo grigie e scrostate paure.
Liberando richiami ed intenti.
Così la mia dimora dell’oggi e di ieri
Diviene cappello per il vento,
cura per il sonno e la pioggia sulla terra.
A fatica immagino un Giorno che annunci la Notte
e non piuttosto il bisbigliato contrario,
e così Onda sopra Onda, Sole dopo Luna,
Vita e Morte s’adoperano allo stesso modo
a che culmine di stelle trabocchi
dentro il mio caparbio Equinozio.
2.
La divisione del tempo
Ho smesso, appena prima il Tempo si dividesse,
la migrazione dei pensieri e la conta dell’erranza
tra abisso e salvezza, respiro e battito.
Cadenzati vanno stagioni e parole,
rincorse per inchiostrate strade lungo
la loro stessa eco ripiegata sopra il cielo.
Mancano buone novelle sopra palcoscenici
dove recitare idee, tentare profitti,
avvolgere e ibernare la Vita
o almeno la sua metà solare o quella oscura.
Eppure ho altro da vivere: non ho interrogazioni
per le Notti e le tante attese di domani.
Ho goffi giorni da raggranellare,
ho sangue e radici che mi tengono assieme
fino al prossimo esitante Equinozio.
3.
Promessa in un giorno
d’Equinozio
Non credo avere punti di partenza o d’arrivo.
Ho questo possente bisogno d’udire
la voce dei miei sensi trionfare,
il buttarmi, io vento nella Luce,
stupore provando ad ogni Equinozio
del mio tempo vissuto e di quello rimasto.
Potrei fermarmi e tentare coi numeri e le rune.
Cercherei pentimento d’errori svuotati?
Mi spoglierei d’ogni mia stagione,
nascondendo cattivi pensieri,
rubando un po’ di luce ed altrettanta oscurità.
Pioggia e Sole mischiando in parti uguali,
così del Bene e del Male sempre sorprendendomi.
Appena immaginando con le Parole
coprire la lontananza di Stelle ed Infinito.
Ne mancherà sempre una, la più bella,
quella mai pronunciata, l’affetto non compreso,
l’aiuto non dato, la pazienza non mantenuta.
È promessa da fare in un giorno d’Equinozio.
* * *
* * * * * *
DAL QUINTO AL DECIMO CLASSIFICATO
Claudio Alessandro Calzoni
Equinox
Canto Primo
Ho seguito antiche rotte a ritrovare
il tempo lasciato al cielo, ho alzato vele
ai venti e al caso ed ho guardato avanti,
sempre, e spesso le mie stelle.
Ho respirato il vento, freddo del mare
afoso del deserto, limpido dalle montagne
che avvolgono la mia città ed ho temuto
troppe volte il peggio, la notte senza stelle,
il giorno senza il sole.
Ho visto genti e terre, estatici sorrisi,
colori ignoti, riflessi più splendenti.
Ho avuto sogni e glorie effimere,
musiche, sospiri, e corpi caldi e baci innamorati.
Ho avuto tanto, e forse troppo ho dato
che non rimane niente tra le mani.
E il futuro mi aspetta, virtuale nello schermo,
freddo e a colori, come l'autunno intorno.
E non c'è vento, qui, che agiti i capelli,
o sole, o sale, ad abbronzare braccia.
Palcoscenico enorme si è acceso il mio cristallo,
occhio sul mondo, sensore d'emozioni.
Passano veloci le stagioni
nel canto vano dell'imminente fine.
Sento intorno allarmi e strascichi,
notizie irrefrenabili, onde travolgenti,
sento grida, tremori e paure ancestrali.
Vedo ricchi travolti, poveri d'ogni tempo e luogo
disperati, fantasmi tra rovine di ignobili città,
orfani di petrolio in fiamme e d'acqua
corrente e fresca bevuta alle fontane.
Vedo arsenali al saccheggio, foreste debellate,
vendute al chilo reliquie e rimembranze,
perduti tra le droghe di schermi sempre accesi
insetti smisurati controllare le fogne e corvi,
che non tacciono, gli angoli del centro.
Sento intorno il futuro, e non mi piace.
Tra le rotte notturne, incise dalle stelle,
vedevo strade un tempo piene di luce e amore,
leggevo tracce nobili di Dei illuminati
splendenti in volo su macchine lucenti,
scorgevo antichi eroi a dorso di comete ghiacciate,
vedevo i sogni, con gli occhi di un bambino,
riempire il mio futuro, e quello dei miei cari.
Ma sento intorno il respiro, e non capisco.
Canto Secondo
Non è modificato l'ordine degli astri
in cielo stanno ancora rincorrendosi,
l'Ariete e il Toro, la Vergine e il Caprone.
Non è cambiato l'uomo, da sempre ha combattuto,
picchiato, violentato, mangiato i propri simili,
spesso i suoi figli, per piangere e pregare,
pentendosi ai suoi dei. E il Sole torna sempre,
ogni mattina vivo, lontano all'orizzonte,
rosso di fuoco e caldo, come la prima volta.
Ma sento il tuo respiro, e non capisco.
L'onda della Natura non ha mai cessato
d'ingravidare la terra del dolore:
disastri, terremoti, inondazioni e venti,
hanno da sempre tenuto in scacco l'uomo
e reclamato, a tempo, il giusto sacrificio.
E ciarlatani e maghi cacciati in pompa magna
dalle casacche bianche d' infallibili geni,
invenzioni e sussurri, grida e provette in frigo,
la vita ricreata, la luce distruttiva.
Vedo folle a raduno in chiese rivoltanti,
diavoli in corpo, eretici, e nuovi Santi esotici,
benedizioni in massa, espiazioni catodiche,
Messe domenicali negli ipermercati, e clericali
speciali offerte e penitenze in saldo.
Ma non capisco, non capisco ancora.
Certo le guerre, gli spostamenti immani,
il clima rivoltato, la fame, la speranza.
I nuovi unni, i berberi, le masse di cinesi,
le folle transilvaniche, i libici in conquista.
Certo se lo stretto fosse rimasto ghiaccio
e l'Islanda non fosse il granaio d'Europa,
se la marea si alzasse e liberasse Ceuta
e il Grande Lago ritornasse mare,
e se l'Italia tutta non fosse deserto e melma
e il Colosseo sommerso da paludi,
tutto sarebbe come nei miei sogni.
E l'equinozio ancora marcherebbe il tempo e le stagioni
indelebile segno, scritto nel cielo,
chiaro ai naviganti, ed i miei occhi stanchi.
Sento il respiro, guardo le stelle
e ancora amaro non capisco. Sogno.
Canto Terzo
Ho conosciuto vibrazioni e voglie
che ora non ricordo, e resto fermo al passo
come se tutto stesse per finire,
quasi che matematiche iperboli,
scientifiche esplosioni della casualità divina,
dettassero le leggi della mia prigionia.
Ho raccontato storie proiettate
sullo splendente telo del passato,
ho avuto parti, spesso in controcanto,
nel gioco teatrale della vita,
ho avuto anche futuri, e spesso li ho sbagliati,
ma sono l'uomo e il destino
ha dannato il mio essere, e non ho forze
che per restare vivo.
La nave su cui solcavo oceani
ha smarrito la rotta, il liuto
si è scordato, e non c'è fiato
per sputare nel flauto.
E le stagioni inseguono,
ma il cielo non si cura
dei miei fogli ingialliti,
dei sorrisi, dei voli, degli amori
fermi in un angolo, a farsi ricordare.
L'Equinozio alle porte cambierà coordinate
al mio tempo, al dolore,
le stagioni torneranno alternandosi,
e i ritratti sul muro muteranno espressione,
spero anche gli specchi.
* * *
* * * * * *
Italo Fiorato
Equinozio
Ho visto un’eclisse di tempo:
s’intrecciano mani tra roseti,
spine grondanti tradimenti.
Sulla corona d’oro,
inchiostro e sangue.
Nell’affannoso domandarsi
levitano grida ardenti
di là da un tratto chiuso
dal tocco di un autore.
Ineluttabile
la pagina seguente incombe:
la frusta distintamente segna
sul mio contorno vivo
sentenze incandescenti
del prossimo equinozio!
Qui lascio sospesi
al dismesso violino
lancinanti crepuscoli.
(Sotto la quercia secolare
odo annaspare
nel ventre delle radici
il richiamo della Terra…)
Dal cuore alla bocca
io canto silenzio.
Eternità e silenzio.
Che importa
quale sia il male
che mi consuma il tempo?
Rubini sgorgano dalle mie dita
inondandomi di ricchezza il cuore!
Come serpenti in amore
tra anguste feritoie
di dolomite tagliente
si evolve il mio destino.
Lunedì
Da qui
dal dorso delle vene
diramano sentieri
che seguo con un dito
immaginando ancora
che seguirò i tuoi passi
finché non scoprirò
quel tuo radioso voltarti.
Da qui non sai ancora andare
tu che mi sei così
intorno al cuore intrecciata
come la vite durante la notte
attende fremente la luna.
Da qui non fuggire
da qui non risalire,
mia edera rampicante,
nuda passione attesa
oltre la solitudine
della pietra assolata!
Da questo tepore palpabile
odoroso di seno e frutta
di straziante impermanenza
e pace…..
Da questo infinito irrequieto
che anela alla vetta oltre il tempo
quando non è più tempo che sia
e altro non chiede se non corrente
che aggrega corpi amati
dalla sorgente al mare….
oh, non fuggire!
Non fuggire da questo letto
di indefinito reale
che emana agrumi,
preghiere e menta;
non fuggire dallo stupore
delle favole e delle menzogne
da ciò che ho conosciuto di te
e non mi hai voluto dire
parlando del tuo mai avuto
con il dorso dei tuoi piedi freddi,
inseguendo con frotte di promesse
ogni lacrima che ho visto fuggire
verso il bosco dei fantasmi
che s’annidano tra i tuoi capelli…..
Non nel giorno
che riesce a confondersi
con la propria notte….
non da me, non da qui….
in fondo è solo un lunedì….
c’è ancora tanto tempo!
Sarà
Consuetudini,
desideri di fughe ardenti!
Per quanto ancora
da questa luce
trarrò respiro?
Sarà…..
l’impercettibile battito
nel tempo durante il quale
la promessa si estingue?
O poesia che non torna
sul far della sera
disattenta
abitudinaria amante?
Sarà l’elegia che non sorge
soffocata in un letto di pensieri,
nella penombra torturata
dal batter di esattori
sul legno
della porta chiusa?
Sarà che alla fine sarai
come quando
giungevamo insieme
noi punti di congiunzione
di questo eterno fluire
nudi come l’equinozio
che sorprende
inesorabile
Autunno e Primavera;
nudi e inconsueti
come la rossa voluta
della foglia che lambisce
cadendo
il proprio sognare
con la sua fine irretendoci
verso un rinnovato andare.
* * *
* * * * * *
Cristina Gallina
Equinozio
La luna diafana sussurra l’alba
ai miei occhi socchiusi,
non c’è voce nell’aria,
ogni pensiero è silenzio…
In un equinozio di sorrisi e lacrime
ricordo di essere stata felice,
la brezza indugia sulla mia pelle,
chiudo gli occhi al rosa del cielo che sboccia
e mi sembra che sia la tua mano a sfiorami.
Lascia che io pianga in questo abbraccio di luce
anche se non servirà a custodire i ricordi.
Lascia che io immagini il tuo sorriso per sempre,
altrove oltre i sogni
dove il tempo ha le ali di un angelo
e nel silenzio il tuo respiro è poesia.
Non sono più
Non sono più la luce indistinta che rincorre le ombre
credendo al miracolo di un mezzogiorno in cui si resta soli,
non sono più un’esile margherita
che abbraccia una lacrima di buio all’imbrunire
e svela la tristezza della notte in mattutini cristalli di rugiada.
Tutta questa meraviglia è solo una veste troppo corta
che non basta a scaldare un cuore cresciuto.
Sono oltre l’equinozio, mentirebbero gli anni.
Quel che resta è più breve di quanto è già stato
e non sono le rughe che l’accanita frusta del tempo infligge,
non sono i capelli che imbiancano,
ma il cuore e la mente e l’anima
che perdono l’incanto e rinnegano i sogni…
Così si muore lentamente, non per gli anni,
ma per quel male che oblia l’ingenuità
e trasforma lo stupore in abitudine.
Ho vissuto, ma sento che ora sono incapace
di credere alla voce della luna,
di spiare i miei desideri.
Non ho più ali per volare
e so che così si muore lentamente.
Vita e morte
All’equatore della mia anima
preghiere silenziose bisbigliate dal cuore
accarezzano i colori dell’aurora.
Il tramonto è già un’ombra nel giorno.
La vita è così indefinitamente leggera
quando comprendi che non sarà eterna.
È l’equinozio:
luce e ombra vivono lo stesso destino,
così il rumore dei miei ricordi e il silenzio…
Quel silenzio che segue il respiro
e s’accompagna all’ultimo spasmo del cuore
verso l’immolato altare dell’addio.
* * *
* * * * * *
Anna Bello
Equinozio
I
La lama di luce contende la zolla
al mantello di tenebra,
equilibrio
di silenzio e colori,
di solari passioni
e lunare penombra di sogni.
II
Quale metro o passo
o filare disteso a misura
di un’eguale soglia di accesso
alle porte di un identico giorno,
ruota al mio piede
il terreno schiavo di equatore
celeste ed eclittica esposto
all’insidia di negate eguaglianze,
troppa forza nel primo punto
di Ariete, troppo languido
l’iniziale silenzio nebbioso
d’autunno, troppi astri mutati
nel tempo allo sguardo
dubbioso del viandante
sperduto fra i solchi
di antichi tratturi.
III
Ho atteso
alla soglia di un’alba diversa
inspirare espirare breve
e il passo lento attraversa
un’unica linea di ombra confine
di un tempo oggi equidiale.
Perenne fuga da vapori di mosto
e da prime calendule
la mano sprofonda nel ventre
di illuse stagioni appiattate
a ridosso di venti confusi
giocolieri di sorte pescata
da un mazzo consunto
di inutili veglie, forse è ora
di mondare ineguali sterpaie
e scomporre il mosaico
a ritroso per sedurre
un destino migliore.
* * *
* * * * * *
Ermanno Cottini
1. Equinozio
Eccomi giunto al mio equinozio…
Al momento della vita che vede eguagliarsi
gli anni trascorsi con te e quelli senza di te
gli anni di sole e quelli di tenebre
gli anni vissuti e quelli vegetati
gli anni di lucidità e quelli di confusione
gli anni in tua attesa e quelli di tua presenza
gli anni trascorsi a fantasticare e quelli a realizzare
gli anni del progettare e quelli dell’agire
Eccomi giunto al mio equinozio…
Il peso della tua valenza ideale
eguaglia quello della tua affermazione
la tua immagine onirica pareggia quella pragmatica
la siluette della tua ombra si annulla ai tuoi piedi
con il sole allo zenit
la tua indole materna bilancia quella sensuale
l’attitudine protettiva collima col suo opposto passivo
ne ricevo e ti dono protezione
Eccomi giunto al mio equinozio…
Punto di equilibrio
tra amore profuso e amore assimilato
tra contenuti espressi e recepiti
tra teorizzazione e concretizzazione
tra bagaglio d’altrui esperienze e le proprie
tra amore fisico e ideale
tra sogno e realtà
tra mascolinità e femminilità
tra affermazione e umiltà
tra introspezione ed esternazione
tra fruizione e condivisione
tra singolo e coppia
tra amicizia e amore
tra pensiero agnostico e fede
tra bene e male
tra me e te
tra equinozio di primavera ed equinozio d’autunno
Eccomi giunto al mio equinozio…
Le cinque dita della mia mano
s’intrecciano con le cinque tue omologhe
il mio braccio al pari del tuo cinge la vita dell’altro
in un abbraccio che corre lungo l’equatore
della nostra sfera sentimentale
in un nostro speciale equinozio ove l’amore diurno
non è sminuito dall’essere vissuto al cospetto del mondo
ed eguaglia d’intensità quello intimo notturno
consumato al riparo delle pareti
rischiarato dalla fioca luce delle abatjour
perfettamente equidistanti sui nostri comodini .
2. Non attendere l’equinozio
Non attendere l’equinozio per amarmi di giorno
con la stessa intensità della notte…
Nel sonno rischierò di non apprezzare le tue attenzioni
di giorno saprò discernerle dal sogno
l’ombra generata dalla luce sulle tue mani
le duplicherà raddoppiando le carezze
la mia mano nel cogliere la rosa da offrirti
individuerà le spine lungo il gambo
dalla possibile puntura un rivolo di sangue
si svelerà in piena luce, rosso di vita e di passione
una carezza audace si rivelerà senza equivoci
una coccola saprà evitare il contatto con una vecchia ferita
col rischio di una retrazione riflessa
il dolce contatto saprà innescare
la complicità di un avvicinamento
preludio di un approccio ancor più sensuale
da consumarsi al cospetto d’un’aurora boreale
incuranti di ogni possibile equinozio.
3. Processione di equinozi
Non accetto di celebrare gli equinozi …
La notte non può eguagliare il giorno
La luce deve prevalere sulle tenebre
Il bene sul male , l’amore sull’odio
Il corpo sulla sua ombra
Il piede la calpesta : è menzognera
Annulla l’altezza, appiattisce la figura
In essa si perdono i dettagli
Le misure sono travisate
Le sovrapposizioni umiliano i contorni
La solidità soccombe, la figura è goffa, deformata
La consistenza sminuita , la dualità annientata
Il connubio esita in fusione
La sintesi si esalta , prevale la coincidenza
In un equinozio conciso , condensato in un istante .
Non accetto di celebrare gli equinozi…
Il Tuo aspetto diurno differisce dal notturno
La Tua ombra cade a terra lasciandoti ignuda
Mentre il fascino del Tuo profilo si staglia controluce
E’ l’equinozio d’autunno.
Non accetto di celebrare gli equinozi…
Di giorno sei protagonista un po’ lunatica
Di notte la luna si riappropria della ribalta
Ostinata nel mostrarci la stessa faccia
Mensilmente in equinozio
Non accetto di celebrare gli equinozi…
Le ore di luce pareggiano quelle di buio
Ma il contenuto onirico sovrasta in intensità il vissuto
L’emozione sgorga impetuosa dall’inconscio
Genera rapide su cui galleggiano le passioni
Anelo ad un equinozio che veda il sogno tradursi in realtà
Le ombre impallidirebbero assorbite dalla terra
I rapaci convivrebbero con le colombe
I pipistrelli con gli angeli
Le zanzare popolerebbero gli alveari
In coabitazione con api laboriose
Il parassitismo si muterebbe in assistenza solidale
Le falene innamorate della luce
Continuerebbero a roteare attorno a lampioni idolatrati
Le lucciole , vestali del sole nel tempio della natura
Resterebbero uniche custodi di una luce sacra che non brucia
Catturerei la più luminosa trattenendola nelle mie mani giunte
Liberandola al cospetto delle tue palpebre socchiuse
A illuminare il tuo sogno con quella magica intermittenza
È l’equinozio di primavera.
Ora accetto di celebrare gli equinozi !
Eccone miriadi capaci di rinnovarsi tutte le notti d’estate
La processione degli equinozi rende i prati ammiccanti
Una fiaccolata a celebrare la devozione alla Luce
Un omaggio alla Vita in attesa del nuovo giorno.
* * *
* * * * * *
Livia Roggero
Equinozio,
allucinazione in tre atti
I.
Un folle predicava per la strada.
Dal marciapiede di fronte
mi fermai ad ascoltare.
Parlava di un tempo giovane e ignaro.
Diceva:
Era notte ed era giorno
ed era giorno ed era notte
e noi nulla sapevamo
non i nomi delle cose
soltanto terra sangue riso pianto
e alberi pietre e terra, terra.
Era così bello contare le ore
per confrontare giorno e notte
e confondersi ancora
vedendo come s’inseguono
-così s’inseguono nell’animo
dolore amore riso pianto.
Proseguì eccitato
(visibilmente era ubriaco):
Ricordo pelle rilassarsi bagnata
sotto pioggerelle sottili
di eterne primavere
ricordo riti d’iniziazione
ebbrezza danze
rifugiarsi nei cespugli
procreazione.
I fiori sbocciavano
e continuavano a sbocciare
e il tempo non esisteva
era sempre primavera
e noi sempre vecchi sempre giovani
sentivamo in noi respirare
ugualmente la notte e il giorno
ed era un continuo soffrire
e far del male e ballare
senza sapere.
Poi si confuse -singhiozzò:
e d’un tratto -non so come
divenni vecchio e solo
mi ritrovai per strada
qui dove siamo -dove siamo?
II.
Vecchio folle, il tuo mondo non esiste.
Guardati intorno, guarda la città:
tra spazzatura e uccelli morti
sulle strade nessuno passa
e marciscono i cortili interni
delle case dietro le belle facciate.
Qui dove siamo
qui non segue la notte al giorno
qui non segue giustizia al torto
qui né pioggia né terra né vento
qui la notte non si sogna.
Scorrono ore come modi scorsoi
ogni giorno che passa è lo stesso
qui non si alternano le notti.
Qui non si proietta alcuna ombra
e non ci sono stelle
ma illuminano a giorno
le nostre inquietudini
le nostre amarezze
lampioni ordinati impietosi.
Qui né pioggia né mistero né paura
qui la notte non si sogna.
No non c’è mai stata primavera
né equilibrio né equinozio
non c’è appiglio né segnale
ma un continuo barcollare
senza meta barcollare.
Non ci sono pietre né alberi
per insegnarci la storia
non c’è sangue caldo da cui imparare
siamo immemori.
Qui né pioggia né danze né pianto
qui la notte non si sogna.
III.
Dopo che gli ebbi risposto
mi rise amaro a lungo in viso
poi disse che sì anche qui
poi disse anche qui.
E io vagai senza parole
nella notte senza mai stelle
in cerca di non so che mistero
di qualcosa che mancava
e io vagai e poi non so come
a un tratto mi trovai
su una strada a predicare ai passanti:
Ognuno di noi è un equinozio
ognuno di noi è amaro è dolce
voglio abbracciare la mia ombra
voglio abbracciare in me anche
la mia notte ed il mio giorno
e ciò che è giusto e ciò che no.
Da allora per le strade declamo
il vangelo del dubbio:
Ci sono cose a me sconosciute
voglio che restino tali
voglio toccarle sentirle
ma che mai diventino mie.
Sì ci sono cose a me sconosciute
voglio che restino tali.
Partecipazione fuori concorso degli allievi della Scuola Media Carlo
Levi di Grugliasco, Istituto Comprensivo Martin Luther King
Scrittura creativa e collettiva classe 1ª A
L’Equinozio
Ossia l’equidistanza tra luce e buio, in equilibrio
A settembre e a marzo
allo sbocciare è apparso
di autunno e primavera
l’uguaglianza di giorno e sera.
È un giorno speciale
e particolare, perché uguale:
si chiama equinozio
e l’opposto è il solstizio.
Questo passaggio è assai complicato
e dall’astronomia è ben studiato;
in equilibrio e in parità
son solo due: che rarità!
Il tempo passa:
l’oscuro si abbassa,
si allunga il giorno
d’arcobaleno adorno.
Ecco l’alba nascente,
sprigiona un bagliore lucente;
il tramonto da lei si allontana
e molti colori la luce emana.
Questo accade in primavera
e un lieve tepore si spera.
Anche in autunno avviene,
che i contorni non disegna bene,
i colori tendono a sbiadire
e l’estate è lì lì per finire;
il bosco scherza con le foglie gialle
e il verde sgargiante è ormai alle spalle.
Alla fine della nostra poesia
ne senti già la nostalgia:
il ciclo continua, è lungo assai;
le stagioni non finiranno mai.
* * *
* * * * *
Classe 1ª B
Equinozio: un sogno per il mondo
L’equinozio si apre come un sipario stanco
e su quel palco fiorito
addobbato e rifinito
si muovono uomini e animali
Non c’è giorno in cui siamo tutti uguali
cinesi, australiani, indiani
americani e africani
si muovono sul paco della vita
Equinozio, sii un sogno per il mondo
porta la luce su quel palco
cancella l’ingiustizie
sii l’equinozio della felicità
* * *
* * * * *
Classe 3ª B
Equinozio di primavera
Sulla landa uccisa dall’uomo,
dall’avarizia senza fine della guerra
si divincola un germoglio dalla fredda terra;
l’uomo lo guarda, non riesce
a parlare, a gemere, a lamentarsi
in preda a un terrore animalesco,
a un terrore senza confini.
Ma l’uomo coltiva la pianta
e viene un albero.
“La speranza è riaccesa” urla l’uomo
e tutti si fanno attorno.
La speranza ora è rinata.
Vi prego,
non fatela spegnere ancora.
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