EMILIO GAY - LE PAROLE SONO FINITE

 

 

(Emilio Gay fotografato da Mario Monge – per gentile concessione di Claretta Gagna)

 

Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie

Quello che veramente ami, non ti verrà strappato

Quello che veramente ami è la tua vera eredità

EZRA POUND, “Cantos”

 

A pochi mesi dalla sua scomparsa (Torino, 2004), è più vivo che mai.

Il sodalizio che aveva intrecciato con chi lo accompagnò nelle sue avventure umane e artistiche, per tanti anni, a Torino e in tutta Italia, si è stretto intorno a lui.

Una comunità, ecco. Umana e artistica. Esattamente questo.

E’ nata questa associazione, che, dal titolo di una sua raccolta di poesie, si chiama “Unicorno” e sta realizzando tutta una serie di iniziative.

Allo stesso tempo, “Poesia attiva”, la sua associazione, intorno a cui tante manifestazioni aveva organizzato e tante iniziative aveva sviluppato, con il concorso dei più prestigiosi poeti italiani e stranieri, è più…attiva che mai.

Emilio Gay aveva una concezione religiosa, anzi sacra, della poesia: e il mantello con cui, su suo originario desiderio, si ricoprono i fondatori- donde il nome di “poeti mantellati”- ne è l’icastica rappresentazione.

Quella poesia cui dedicò sempre in primo luogo le sue energie, fin dall’adolescenza, esercitandosi in elegie, odi e ballate.

 

Era nato a Mondovì, in provincia di Cuneo, nel 1933, ma si era trasferito a Torino per gli studi universitari, prima e per coltivare le passioni del giornalismo e della politica, poi: fonda e dirige il giornale “Vent’anni”, collabora a varie pubblicazioni ( realizzando, fra l’altro, una lunga intervista a Julius Evola ) e scrive il suo primo saggio “IL VOLONTARISMO”.

E’ per alcuni anni a Parigi, poi di nuovo a Torino negli anni Sessanta, in cui continua a coltivare le sue passioni letterarie, dedicandosi ai saggi (“IL REALISMO FANTASTICO”) e alle traduzioni di poeti stranieri.

RIVOLUZIONE ARTIFICIALE” ( Men’s Bazar ) del 1973 è la sua prima raccolta, dedicata “a quella famiglia di uomini liberi, lucidi, realisti, riconoscibili dal linguaggio, che si trova nelle battaglie difficili e poi si disperde” e incentrata sulla convinzione che “bisogna violare la vita e portarsi nel segno dell’assoluto”.

 

Gli anni Settanta e poi quelli del decennio successivo sono quelli di un’altra esperienza fondamentale di Emilio Gay.

Un po’ perché deluso dall’ambiente circostante, grigio, soffocante, omologante, senza più fiducia nell’impegno diretto, va in Calabria, esule volontario, e vicino a Tropea, a Torre Rufa, fonda il un villaggio turistico. Ma non è soltanto un’esperienza commerciale: il villaggio di Torre Rufa diventa luogo di riflessione, di elaborazione, di dibattito.

Ospita intellettuali, scrittori, poeti, editori come Giovanni Volpe, Giuseppe Berto, Fausto Gianfranceschi, Alfredo Cattabiani.

E’ la sua personale “Città del sole”, visto che poi pure non distava molto geograficamente da dove Tommaso Campanella elaborò l’utopia di un posto dominato dall’arte e dalla bellezza.

 

Tornato a Torino, negli anni Novanta si lega ai poeti mitomodernisti, Tomaso Kemeny e Giuseppe Conte in primo luogo e fonda “Poesia attiva”.

Anni densi di poesia e di azione.

Si susseguono i convegni che piano piano diventano occasione di affermazione di motivi e personaggi poetici, anche con l’apertura ad una dimensione europea.

Escono altre due raccolte: “L’UNICORNO” (Thule) nel 1998 e nel 2001 “LE ALI DI PEGASO” (GET).

C’è qui la sua lezione più alta, la sua vera eredità, rivolta ai suoi e ai nostri “Poeti Oggi”, come si intitola questo componimento lucido, determinato e profetico:

 

“Le parole possono fare accadere

ciò che non è mai accaduto

e ciò che non accadrà mai”.

 


 

Sulle ali del ricordo

AMICO MIO

di Bruno Labate

 

Hai sempre cercato di volare alto. Sovente ci sei riuscito.

In questo tuo volare non ti sei mai dimenticato di coinvolgere gli amici.

Io sono felice di essere stato uno di questi.

Ma partiamo da lontano. Tu giovane trentenne, già affermato dirigente politico, in pieni anni Sessanta; io ventenne inquieto e vivace come te.

Militavamo in un partito fortemente osteggiato dagli avversari.

Non era facile, ma era una sfida, e a tanti giovani questo bastava.

La mia scelta non poggiava su una grande motivazione culturale, ma piuttosto ideale.

In un contesto come questo, però, tu, giorno dopo giorno, ci facevi conoscere quella cultura fatta di idee e di valori che tutti gli altri negavano e osteggiavano ferocemente.

Furono anni intensi, di studi fuori dai banchi di scuola, perché gli autori ai quali ci ispiravamo erano considerati eretici: Ezra Pound, Pierre Drieu La Rochelle, Julius Evola, Louis Ferdinand Celine, Robert Brassilach, Maurice Bardéche.

Oggi sembra assurdo, ma allora l’ostracismo culturale e politico nei nostri confronti era totale.

I libri di questi autori venivano stampati da piccole case editrici e tu, Emilio, amavi discutere su di essi con tutti noi.

In quegli anni ci univa la passione per la musica e in particolare per il jazz. Frequentavamo perciò lo “Swing club” di via Botero a Torino, dove passavamo lunghissime serate ritrovandoci tra ragazzi e ragazze.

Anche lì, tra gli avventori, crescevano le fazioni politiche, per cui il proprietario del locale aveva il suo bel da fare per dividerci ed evitare risse.

Passata l’ubriacatura sessantottina, con alcuni degli ex “nemici” si stabilì un’autentica amicizia e tra questi mi piace ricordare Sergio Astrologo, con il quale non solo rimane immutata l’amicizia e la stima, ma pure, da alcuni anni, si è instaurato un rapporto di collaborazione alle nostre iniziative.

Per ritornare all’impegno politico, c’è da dire che tu ti distinguevi per la grande voglia di azione, che del resto pagasti sulla tua pelle duramente.

 

Le tue vicende umane ti portarono ad abbandonare la politica attiva.

Lasciasti Torino e in terra di Calabria, come un esule in patria, iniziasti un nuovo lavoro e una nuova vita.

Ma anche qui ben presto iniziasti una nuova battaglia.

Da una nuda spiaggia riuscisti a costruire un grande villaggio turistico. Un lavoro duro, impegnativo, per cui ci volle tutta la tua testardaggine, da buon piemontese, ma un lavoro coronato dal successo.

Dimostrasti tutte le tue capacità e oltre tutto creasti un luogo di ritrovo per i tanti amici, che periodicamente venivano a farti visita: personaggi del calibro di Giuseppe Berto, Alfredo Cattabiani, Fausto Gianfranceschi.

Quelle poche volte che anche io ebbi occasione di passare dal tuo villaggio, a Torre Ruffa, vicino Tropea, ritrovavo il senso della tua ospitalità, che naturalmente dividevi equamente fra tutti i vecchi e i nuovi amici.

La tua esuberanza esaltava le tue capacità e perciò diventasti anche maestro di vela, di nuoto, e di quant’altro necessitava al villaggio per renderlo davvero speciale.

Ti tuffavi nelle calde notti calabresi: allestivi un cerchio di fuoco sul mare e da questo entravi e uscivi come un delfino, per la gioia e l’ammirazione dei presenti.

 

Quando poi la stagione finiva, ritornavi a Torino abbronzantissimo e iniziavi a radunare le varie compagnie per feste, cene e quant’altro fosse occasione per ritrovarsi.

Di questo, e di avere intrecciato, o rinsaldato, tante amicizie, te ne siamo ancora tutti grati.

Furono comunque anni lieti, fatti di serate spensierate, che finivano spesso a casa di Giacomo e Giovanna Contessa, che ospitavano nel loro salotto tali allegre brigate.

A onor del vero, la loro casa era anche luogo di dibattito culturale sui più svariati argomenti.

Fu lì che ci nacque l’idea con Roberto Lupo di dare un’organizzazione pratica alle nostre aspirazioni.

Tu, Roberto e io eravamo poeti di lungo corso: sui versi ci eravamo esercitati fin dagli anni giovanili.

Si trattava ora di proseguire su quella strada, cercando però di portare la poesia fuori dai circoli ristretti degli addetti ai lavori, e farla diventare per tutti una ragione di vita, convinti, come eravamo, che la poesia e dunque la cultura vengono prima della politica, dell’economia e di tutto il resto.

Sulla stessa sintonia trovammo a metà degli anni Novanta i poeti che a Milano, intorno a Giuseppe Conte, Stefano Zecchi e Tomaso Kemeny, avevano fondato il movimento soprannominato del “mitomodernismo”.

 

Il 18 dicembre 1994 tenemmo sotto il monumento di Massimo D’Azeglio

a Torino una pubblica adunata per leggere alcune nostre idee programmatiche.

Così nacque il gruppo di “Poesia attiva”, in cui chiamammo a raccolta artisti e poeti per iniziare insieme un percorso che a tutt’oggi continua nel tuo nome.

Cominciarono i convegni internazionali, che a cadenza annuale portavano a Torino, a discutere di tematiche appassionanti, poeti e intellettuali da tutta Europa, in particolare da quella dell’ Est, che da poco tempo si era aperta alla libertà e alla democrazia.

 

Il primo avvenne nel marzo del 1996, in coincidenza con una riunione dell’Unione Europea che si svolse a Torino: il tema era: “Un’ anima per l’Europa”.

Da quel momento ogni anno riuscivamo a individuare spunti di riflessione e di dibattito, che coinvolgevano personalità della cultura europea ed italiana.

Avevamo puntualmente vasta eco sulla stampa e fra le tante associazioni artistiche e culturali che ben presto individuarono in “Poesia attiva” un valido punto di riferimento.

Fra l’altro, presero corpo progetti di grande respiro.

Il primo fu quello dell’ Università della Poesia e della Letteratura, da situare nella Reggia di Venaria. Quel progetto fu approvato da tutte le parti politiche oltre che da intellettuali di varia estrazione, anche se non si è riusciti a concretizzarlo: ma rimane valido e quanto mai attuale ancora adesso.

Lo stesso discorso vale per l’altro grande progetto che abbiamo lanciato: la creazione a Torino della “Casa dello scrittore”.

Qui hai impegnato veramente al massimo le tue straordinarie capacità creative e organizzative.

Purtroppo la morte ti ha impedito di vedere compiuto il tuo sogno più grande.

Ma voglio credere e sperare che tu da lassù potrai vederlo presto realizzato.

 


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